Damiano Palano
«Una curiosa sensazione / che rassomiglia un po' a un esame / di cui non senti la paura / ma una dolcissima emozione / E poi la gente per la strada / li vedo tutti più educati / sembrano anche un po' più buoni / ed è più bella anche la scuola / quando ci sono le elezioni». Più o meno così, con il consueto impasto di ironia e malinconia, Giorgio Gaber raccontava in Le elezioni quella sospensione quasi sacrale che ogni appuntamento elettorale produce nella vita collettiva. Per qualche ora – suggeriva Gaber – il conflitto si attenua, la politica assume un tono più civile, persino i cittadini sembrano ricordarsi di appartenere a qualcosa di comune. Poi il rito finisce, la normalità ritorna e tutto ricomincia come prima.
È forse proprio da qui che conviene partire per leggere Votare di Francesco Clementi, pubblicato recentemente dal Mulino: non come una semplice riflessione sulle procedure elettorali o sulla storia delle istituzioni rappresentative, ma come un tentativo di interrogare il significato di un gesto che le democrazie contemporanee danno spesso per scontato. Perché si vota? Cosa significa davvero infilare una scheda nell'urna? E soprattutto: perché milioni di persone sembrano oggi sempre meno convinte che quel gesto abbia ancora un senso?
Chi cercasse in questo volume una ricostruzione tecnico-giuridica delle leggi elettorali, o una cronologia della conquista del suffragio universale, rischierebbe di restare deluso. Clementi – che pure a questi temi ha dedicato molti scritti – sceglie una strada diversa. Pur senza rinunciare alla ricostruzione storica e istituzionale, il cuore del libro sta altrove: nel tentativo di riportare alla luce la dimensione simbolica del voto, quella che le democrazie contemporanee hanno progressivamente messo da parte come un ornamento superfluo.
L'idea di fondo è semplice ma tutt'altro che banale: il voto non è soltanto un meccanismo per produrre decisioni collettive o selezionare rappresentanti. È un'espressione di uguaglianza sostanziale – una testa, un voto – e il dispositivo attraverso cui si forma una maggioranza. Ma ridurlo a una tecnica di aggregazione delle preferenze significherebbe smarrirne il significato più profondo.
Secondo Clementi, il votare è innanzitutto un gesto simbolico, un rito civile, una forma di adesione alla comunità politica. Nelle pagine più suggestive del volume l'autore insiste sul carattere quasi sacrale dell'atto elettorale, richiamando una genealogia lunga che intreccia linguaggio religioso e linguaggio politico. Non è casuale, scrive, che intorno al voto continuino a gravitare categorie come «fede», «missione», «chiamata», persino «redenzione». Il voto conserva qualcosa dell'antica promessa, non più però rivolta al divino, ma alla comunità umana. Ogni elezione diventa così un momento in cui il legame collettivo viene simbolicamente ricostruito, quasi rifondato. Il cittadino non si limita a esprimere una preferenza: dichiara di esserci, di appartenere a un ordine politico condiviso, di accettarne le regole e di riconoscersi parte di un destino comune.
È in questo senso che il libro insiste sul valore rituale del voto. L'urna, il seggio, il silenzio della cabina elettorale, il calendario stesso delle elezioni: tutti elementi che, apparentemente marginali, contribuiscono a costruire un'esperienza condivisa. Non siamo lontani, in fondo, da quella che un tempo sarebbe stata definita una «religione civile». La democrazia vive anche di simboli, di liturgie, di atti collettivi che trasformano una moltitudine di individui in un corpo politico.
Tra le immagini più efficaci del volume vi è quella del voto come «piccolo rito di fondazione»: ogni elezione rinnova il contratto tra individuo e società, rifà simbolicamente il patto politico, ricostruisce quella fiducia reciproca senza la quale la democrazia non regge. Persino il voto di minoranza, quello destinato alla sconfitta, conserva il proprio valore perché conferma l'esistenza di uno spazio comune entro cui il dissenso può esprimersi senza lacerare il tessuto collettivo.
Clementi naturalmente non ignora che questo racconto rischi oggi di apparire fuori tempo. Le democrazie occidentali sono attraversate da un'astensione crescente e persistente; in alcuni paesi votare è diventato quasi un comportamento minoritario. L'autore non cede alla nostalgia e prova a prendere il fenomeno sul serio. Se il voto perde centralità, la ragione non sta soltanto nella pigrizia civica o nell'individualismo contemporaneo. Alla radice della disaffezione vi sarebbe soprattutto la rottura di un rapporto fiduciario: la democrazia rappresentativa si regge sulla promessa, il cittadino delega e scommette su qualcuno che dovrà agire in suo nome; quando questa promessa viene sistematicamente delusa – quando i programmi si rivelano irrealizzabili, quando le parole vengono smentite dai fatti, quando le campagne elettorali producono aspettative che il governo non può mantenere – il voto rischia di trasformarsi in quello che Clementi definisce implicitamente un «contratto ingannevole». La fiducia si corrompe e il cittadino smette di credere che il rito abbia davvero un significato.
Da qui deriva anche una delle questioni più delicate affrontate nel libro: se il voto sia soltanto un diritto oppure anche un dovere. Clementi riflette sulla possibilità di considerarlo una responsabilità civica, guardando anche ai paesi in cui esso assume forme obbligatorie. L'idea sottostante è chiara: se il voto costituisce il momento in cui si rinnova il patto democratico, allora l'astensione non è soltanto una scelta privata, ma un gesto che indebolisce il legame collettivo.
Eppure proprio qui si apre una domanda ulteriore, che il lettore non può schivare. È davvero sufficiente spiegare la disaffezione democratica come effetto del tradimento della promessa politica? O l'astensionismo racconta qualcosa di più profondo?
Perché è difficile non notare che la crescita della non partecipazione coincide storicamente con altre grandi trasformazioni: il declino delle appartenenze ideologiche, la crisi dei partiti di massa, la dissoluzione di quei mondi politici totalizzanti che per decenni avevano dato identità e senso all'azione collettiva. Ma c'è forse qualcosa di ancora più rilevante: la progressiva delimitazione dello spazio della decisione democratica. Negli ultimi decenni molte delle scelte decisive – soprattutto sul terreno economico – sembrano essersi trasferite altrove: nei mercati finanziari, nelle istituzioni tecnocratiche, negli organismi sovranazionali, in ambiti spesso impermeabili all'esito delle elezioni. Si può cambiare governo, ma non necessariamente politica. Si possono alternare maggioranze, ma restano intatti i margini stretti dentro cui la decisione appare possibile.
È questa una delle intuizioni più forti formulate dal politologo irlandese Peter Mair, quando parlava di «de-democratizzazione»: non tanto la scomparsa della democrazia formale, quanto lo svuotamento progressivo della sua capacità sostanziale di incidere sulle scelte collettive. Se molti cittadini smettono di votare, forse non è soltanto perché non si fidano più dei politici; è anche perché hanno la sensazione – fondata o no – che il voto stesso conti sempre meno. Questo non invalida la tesi di Clementi. Al contrario, la rende forse ancora più necessaria. Votare ricorda qualcosa che le analisi puramente sociologiche o istituzionali tendono a dimenticare: la democrazia non sopravvive soltanto grazie alle regole. Vive di simboli, di appartenenza, di rituali condivisi, di gesti che trasformano individui isolati in cittadini.
Ma il rito democratico non può vivere a lungo della propria sacralità. Nessuna liturgia politica regge se chi vi partecipa inizia a convincersi che tutto sia già deciso altrove – in qualche stanza dove nessuno ha votato per nessuno. Il voto continua a essere, come suggerisce Clementi, una promessa e un atto di fiducia. Perché quella promessa possa essere mantenuta, tuttavia, non basta celebrare il rito: occorre che i cittadini abbiano qualche ragione concreta per credere che la loro voce cambi davvero qualcosa. Altrimenti le parole di Gaber rischiano di suonare non più ironiche ma profetiche: le elezioni resteranno forse una «bella cosa», ma sempre più persone le guarderanno da lontano. E chi ancora si alza per andare al seggio inizierà a domandarsi, nella solitudine della cabina, se non ci sia qualcosa di meglio da fare di domenica mattina.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos e Aseri