di Redazione
La recente sconfitta elettorale di Fidesz in Ungheria, dopo sedici anni di dominio quasi ininterrotto, ha suscitato tra gli osservatori liberali un sollievo comprensibile. Per molti ha rappresentato qualcosa di più di un semplice cambio di governo: il segno, forse, che la marea stava finalmente girando. Eppure cedere a questa lettura sarebbe un errore. Come ha argomentato Damon Linker, l'episodio ungherese non inaugura la fine del populismo né la riaffermazione definitiva del liberalismo: segnala piuttosto che le democrazie occidentali si sono stabilmente insediate in una nuova fase, quella che si potrebbe definire un'"era populista", una condizione strutturale, non una parentesi.
Il problema di fondo è che entrambi i campi tendono a interpretare il conflitto politico in termini escatologici. I movimenti populisti descrivono le istituzioni liberali come l'espressione di un'élite illegittima, impegnata a imporre apertura dei confini, libero scambio e multiculturalismo contro la volontà del "popolo reale". Sul versante opposto, molti attori liberali leggono l'ascesa populista come una minaccia esistenziale alla democrazia stessa, alimentando una mobilitazione permanente in chiave anti-autoritaria. In entrambi i casi domina la logica della guerra finale, in cui la vittoria dell'avversario equivarrebbe a una catastrofe irreversibile. Ma è precisamente questa grammatica del conflitto – più che i contenuti specifici delle politiche in gioco – a rendere il confronto così difficilmente gestibile.
Ciò che l'analisi empirica mostra, invece, è una dinamica oscillatoria. Dalla metà degli anni Dieci ad oggi, governi populisti hanno preso il potere in contesti assai diversi – dalla Turchia all'India, dal Brasile all'Italia, dalla Polonia agli Stati Uniti – e in molti casi sono stati successivamente sconfitti nelle urne. L'alternanza non è venuta meno: si è semmai caricata di una tensione inedita, segnata da accuse reciproche di illegittimità che logorano le basi del consenso democratico. Non si tratta di una transizione verso l'autoritarismo, né di un ritorno all'ordine liberale: si tratta di un ciclo che si autoalimenta.
Il caso ungherese merita una lettura più attenta di quanta ne riceva nel dibattito corrente. Orbán ha effettivamente modificato in profondità l'architettura istituzionale del paese: il controllo sul potere giudiziario, la ridefinizione dei collegi elettorali, la progressiva marginalizzazione dei media indipendenti hanno prodotto quello che la scienza politica classifica come "autoritarismo competitivo": un sistema in cui le elezioni si svolgono, ma le condizioni di competizione sono strutturalmente sbilanciate a favore del partito di governo. Eppure proprio quelle regole, costruite per perpetuare il vantaggio di Fidesz, hanno finito per consentire la vittoria dell'opposizione. C'è in questo esito qualcosa che va oltre la contingenza: anche i sistemi distorti mantengono margini di contendibilità, e il tentativo di blindare il potere produce spesso effetti inattesi.
Linker solleva un punto che merita di essere preso sul serio anche al di là dell'analisi del caso ungherese. Non vi è nulla di intrinsecamente antidemocratico in molte delle istanze avanzate dai movimenti populisti: restrizioni all'immigrazione, protezionismo commerciale, difesa di valori sociali conservatori sono posizioni che hanno avuto e hanno ancora piena cittadinanza nelle democrazie liberali. Il problema non sta nei contenuti, ma nel metodo: quando la conquista del potere si accompagna al tentativo sistematico di ridurre la competizione politica o di alterare le regole del gioco, si attraversa una soglia che separa il dissenso democratico dalla deriva autoritaria. La critica liberale al populismo dovrebbe quindi concentrarsi su questo discrimine, invece di trattare ogni posizione populista come illegittima in quanto tale, strategia che, oltretutto, si rivela controproducente, perché alimenta ulteriormente il senso di esclusione che sostiene il consenso populista.
Sullo sfondo di queste dinamiche si staglia una trasformazione più profonda del conflitto politico. Se il Novecento era strutturato attorno alla contrapposizione destra/sinistra su questioni di distribuzione economica e di ruolo dello Stato, il conflitto contemporaneo si organizza sempre più attorno a una linea di frattura diversa: quella tra "apertura" e "chiusura", tra chi sostiene la mobilità, l'integrazione e la globalizzazione e chi rivendica protezione, identità e controllo delle frontiere. Questa frattura non è riducibile a interessi materiali: investe questioni di riconoscimento, di appartenenza, di senso. Ed è proprio per questo che la mediazione politica diventa più difficile e la posta in gioco appare agli attori sempre più alta.
Eppure, nonostante tutto, la democrazia regge. Non nel senso trionfalistico con cui talvolta se ne parla, ma nel senso essenziale: anche nei sistemi più polarizzati, le elezioni continuano a funzionare come meccanismo di regolazione del conflitto, e il ricambio al potere rimane possibile. La sconfitta di Orbán ne è la conferma. La legittimità democratica continua a fondarsi sulla possibilità di competere, perdere e tornare a competere. E questa logica, per quanto messa sotto pressione, si rivela sorprendentemente resiliente.
La lezione che si può trarre non è consolatoria, ma è realistica. Il populismo non è una malattia passeggera destinata a risolversi con la diagnosi giusta o con il candidato giusto: è una componente strutturale delle democrazie contemporanee, espressione di tensioni reali che non si lasciano amministrare via. Imparare a convivere con il conflitto – senza cedere alla tentazione di eliminarlo attraverso la delegittimazione dell'avversario – è probabilmente la sfida più difficile, e più necessaria, che le democrazie dell'era populista si trovano davanti.