Recensione

Il peso dell'assente

Il peso dell'assente

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di Maria Giorgia Caraceni

 

G. Delledonne, L. Gori, G. Martinico, F. Pacini (a cura di), Il peso dell'assente. Il fenomeno dell'astensionismo elettorale in Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2024, pp. 196.

 

Il peso dell'assente. Il fenomeno dell'astensionismo elettorale in Italia, volume collettaneo pubblicato da Rubbettino Editore a cura di Giacomo Delledonne, Luca Gori, Giuseppe Martinico e Fabio Pacini, prospetta un’indagine assai rilevante sul problema dell’astensionismo elettorale in Italia, e si configura come un valido strumento per gettar luce sulle cause e le conseguenze di una tendenza sempre più preoccupante per la salute delle democrazie consolidate – segnatamente, di quella italiana. Sebbene la ricerca sul tema sia stata finora appannaggio pressoché esclusivo dei politologi, o tutt’al più dei sociologi, gli autori compiono lo sforzo di leggere un fenomeno di natura socio-politica mediante categorie interpretative proprie della scienza giuridica, svolgendo dunque un lavoro originale nonché apprezzabile in termini di risultati.

Peraltro, emerge dal libro un’impostazione multidisciplinare, in quanto i primi tre contributi sono firmati rispettivamente da una sociologa, Rossana Sampugnaro, e da due statistici, Maria Francesca Romano e Giovanni Lombardo. La scelta di porre il saggio di Sampugnaro in apertura di volume risulta particolarmente felice, in quanto in esso sono tracciate le coordinate all’interno delle quali tutte le analisi successive si muovono; l’inserimento immediatamente seguente degli scritti statistici appare altrettanto opportuno, poiché questi contribuiscono a delineare ulteriormente il quadro di riferimento.

Nel già menzionato contributo di Sampugnaro, intitolato Voto o non-voto: vecchie categorie per nuovi significati, sono individuate le diverse tipologie di elettori non votanti, che si distinguono anzitutto sulla base della volontarietà/involontarietà della scelta. Se l’astensionismo involontario può dipendere tanto da ragioni tecniche quanto da cause di forza maggiore, quello volontario può scaturire sia dall’apatia sia da una decisione deliberata, divenendo, in quest’ultimo caso, una forma alternativa di partecipazione (p. 13), per giunta in costante crescita: «i dati [infatti] mettono in evidenza l’esistenza di un fenomeno diffuso e non confinato nell’area della marginalità, che interessa [anche] giovani e soggetti dotati di un’istruzione medio-alta e di un reddito elevato» (p. 11). L’autrice si chiede dunque se non si stia effettivamente compiendo la transizione verso quella democrazia della sfiducia organizzata, definita ‘Controdemocrazia’ da Pierre Rosanvallon (p. 18).

Ne I numeri dell’astensionismo, invece, Maria Francesca Romano, ricostruisce e commenta i dati elettorali relativi al periodo compreso tra il secondo dopoguerra e le elezioni politiche del 2022: oltre alla comparazione diacronica delle cifre complessive, ella opera raffronti, diacronici e sincronici, tra indicatori più specifici quali l’età, il grado di istruzione, lo schieramento politico degli elettori. Per converso, Giovanni Lombardo, nel suo I numeri del referendum nella storia repubblicana. L’evoluzione dell’astensionismo nelle consultazioni referendarie, si concentra in particolare sulla partecipazione referendaria, procedendo, nello sviluppo della sua analisi, secondo la distinzione tra tipologie di referendum, evidenziando altresì, in ogni paragrafo, lo scarto tra Nord, Centro e Sud del Paese, nonché tra regione e regione.

Venendo agli altri contributi, e avanzando con ordine, Fabio Pacini ne L’altra faccia dello “scongelamento”: la volatilità elettorale, riflette su un fenomeno collaterale ma strettamente correlato a quello dell’astensionismo e lo fa sullo sfondo della celebre teoria rokkaniana delle fratture. A partire dalla c.d. svolta degli anni 1992-1994, l’autore nota come, dopo un periodo di relativa stabilità, la volatilità sia tornata a salire vertiginosamente nel 2013 in seguito alla genesi di nuove forze politiche (anzitutto il Movimento 5 Stelle) che hanno determinato un significativo mutamento dell’offerta. Ciononostante, il livello di volatilità si è mantenuto alto anche alle elezioni del 2018, e «la “sequenza di due elezioni consecutive con volatilità maggiore di 25 è un evento rarissimo nella storia elettorale dell’Europa occidentale”» (p. 71), che va dunque inserito «in una (ulteriore e) più generale “crisi di autorità”, che la crisi economica del 2008, con i suoi lunghi strascichi, ha (re)innescato contro gli equilibri – e i partiti – che il sistema aveva raggiunto dopo lo sconvolgimento del 1992-1994» (p. 85). In chiusura Pacini si domanda se, e per quanto ancora, una situazione del genere possa essere sostenibile per il sistema istituzionale, ritenendo che un intervento in senso riformatore non sarebbe in grado (da solo) di riassestare un elettorato tanto instabile quanto polarizzato, e auspicando piuttosto la nascita di «nuove forme di partecipazione politica organizzata» (p. 86).

Giulio Santini, nel suo L’astensionismo di chi vuole votare. Tra criticità del sistema elettorale, requisiti costituzionali del suffragio e soluzioni per l’inclusione e la partecipazione, si concentra sul fenomeno dell’astensionismo involontario, distinguendo tra forme indotte e necessitate: «Le prime rappresentano il portato di operazioni volte a impedire che il suffragio spieghi il suo valore emancipatorio, le seconde invece discendono da vere difficoltà» (p. 91). L’autore esamina inoltre alcune delle possibili soluzioni nel tempo ipotizzate, quali il voto per delega e per corrispondenza, e il voto elettronico, analizzandone possibilità e limiti, nonché la compatibilità con i requisiti costituzionali.

In Astensionismo e calendario elettorale, Giacomo Delledonne si sofferma «sull’intreccio fra astensionismo dal voto e calendario elettorale dal punto di vista costituzionale» (p. 103), con precipua attenzione al principio di concentrazione delle consultazioni elettorali via via affermatosi – a sua volta condizionato da decisioni prese sia a livello sovranazionale che regionale. L’autore osserva il tema da molteplici angolazioni, considerandone aspetti critici, come la possibilità di «un appannamento della distinzione tra elezioni politiche e amministrative, con queste ultime trasformate surrettiziamente in un “periodico monitoraggio delle preferenze politiche degli elettori, con riflessi sulla durata stessa della legislatura”», ma anche vantaggiosi, in quanto «la crescita esponenziale dell’astensionismo può forse essere contrastata efficacemente se le consultazioni locali vengono raggruppate in un’unica data nel corso dell’anno» (p. 111). Una sezione ulteriore è infine dedicata al caso specifico del referendum.

Diversamente, Silvia Filippi, ne L’incomprensibilità della formula elettorale: sintomatologia e riflessi sul fenomeno astensionistico, provvede a scandagliare il nesso tra astensionismo e indecifrabilità delle leggi elettorali. L’autrice, discutendo delle diverse leggi succedutesi nel tempo (Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum), riconduce un tale «“iperattivismo del Parlamento”» (p. 125) al tentativo di contrastare processi socio-politici e culturali quali la crisi dei partiti e della mediazione istituzionale, nonché la crescente difficoltà, per gli attori politici, di rappresentare una società sempre più frammentata. Ma «Una formula elettorale che rasenta l’illeggibilità e che per di più è soggetta a continui rimaneggiamenti, […] non può che rendere ancora più difficile il radicamento del voto, impattando negativamente sulla cultura politica». Filippi pertanto, pur consapevole della complessità della questione e della necessità di evitare eccessive semplificazioni, ritiene che solo «L’adozione di una formula elettorale comprensibile e stabile nel tempo costituirebbe un potente segnale per quella sempre maggiore porzione di elettorato che si è allontanata dalle urne ritenendo il proprio voto “perso”, una volta inghiottito dagli ingranaggi elettorali o reso artatamente ineffettivo a causa delle manipolazioni perpetrate da maggioranze transeunti e poco legittime» (p. 122).

L’indagine tratteggiata da Mimma Rospi, dal titolo L’esercizio del diritto di voto alla prova delle ICTs: effetto collaterale o antidoto per l’astensionismo?, è invece volta a verificare l’incidenza che può avere l’impiego delle ICTs nei sistemi di voto rispetto al fenomeno dell’astensionismo. Se, da un lato, l’art. 9 del codice dell’amministrazione digitale stabilisce che le pubbliche amministrazioni debbano favorire «“ogni forma di uso delle nuove tecnologie per promuovere una maggiore partecipazione dei cittadini, anche residenti all’estero, al processo democratico e per facilitare l’esercizio dei diritti politici e civili”», dall’altro, l’e-vote (o home vote) implicherebbe la necessità di ricorrere allo strumento dell’identità digitale «per avere certezza dell’identificazione dell’avente diritto al momento dell’esercizio del voto. [e] […] questa soluzione stride con la libertà-segretezza del voto» (p. 142) sancita dall’art. 48 della Costituzione. Oltre a discutere di alcune sperimentazioni di voto elettronico avvenute in Italia, l’autrice vaglia le diverse proposte legislative avanzate in merito alla regolazione degli strumenti digitali di voto, concludendo, però, che le ICTs possono configurarsi, tutt’al più, come un valido ausilio al contrasto dell’astensionismo involontario, dal momento che l’astensionismo volontario è radicato in un sentimento di sfiducia e di disillusione nei confronti della politica ben più profondo.

Giuseppe Martinico, nel contributo intitolato Il nodo del quorum. Il dibattito giuridico sull’astensionismo nei referendum abrogativi, discute dei rischi legati al ricorso del nobile ma rischioso strumento del referendum nei sistemi di democrazia rappresentativa, rilevando che un suo uso improprio può divenire veicolo di deresponsabilizzazione verso la politica e altresì di delegittimazione del Parlamento. L’autore si mostra decisamente critico circa la proposta di abolizione del quorum strutturale per i referendum abrogativi, invocata da alcune forze politiche quale possibile rimedio alla scarsa partecipazione dei cittadini alle consultazioni referendarie. Infatti, afferma Martinico, «i referendum abrogativi sono generalmente considerati dai costituzionalisti italiani come fonti del diritto» (p. 164), pertanto sono quelli la cui natura è maggiormente politica, e l’eliminazione del quorum «favorirebbe solo le minoranze organizzate (e dotate di risorse)». Il nodo della mancanza di partecipazione non può dunque essere dipanato abolendo il quorum, ma piuttosto favorendo «una discussione propedeutica, utilizzando anche le opportunità offerte dalla democrazia digitale e dalle nuove tecnologie» (p. 167).

Alla luce delle criticità riscontrate dagli studiosi che firmano i diversi saggi del volume, Luca Gori, autore della sezione conclusiva, intitolata Il peso dell’assente. L’astensionismo tra tassonomie (sempre più chiare) e rimedi (sempre più difficili), individua due punti da cui, a suo parere, l’agenda di ricerca dovrebbe ripartire se si vogliono individuare strategie efficaci per fronteggiare il problema dell’astensionismo. In primo luogo, sostiene Gori, occorre prendere in esame l’eventualità di «una coraggiosa modifica della legislazione dei partiti politici», in quanto ogni altro tipo di riforma, perfino quella della legge elettorale, resta «inefficace se i soggetti del procedimento elettorale (i partiti politici) continuano a vivere in una condizione di quasi-anomia» (p. 181); e, aggiunge, è altresì necessario esaminare attentamente il «collegamento forte e assai ambiguo fra le forme di astensionismo e le forme di attivismo civico», nonché il ruolo delle entità del Terzo settore, che spesso «finiscono per costituire delle forme organizzate della sfiducia» (p. 180).

Dunque, dopo aver sommariamente riassunto i contenuti dell’opera, ci sia consentito di avanzare qualche ulteriore commento sul suo impianto complessivo. Anzitutto, è fuor di dubbio che gli autori riescano a tracciare un quadro esaustivo di un fenomeno oltremodo complesso – per quanto, ovviamente, esso possa essere trattato anche secondo il punto di vista di altre discipline, quali, ad esempio, la teoria politica e la psicologia politica.

Uno dei maggiori punti di forza del libro risiede nella sua impostazione comparatista, infatti, anche se l’analisi è incentrata sul caso italiano, non mancano i raffronti con le legislazioni di altri Paesi. Inoltre, come dichiarato in sede introduttiva dagli stessi curatori, tutti i saggi sono scritti con «un linguaggio chiaro e comprensibile anche per il lettore non specialista, pur mantenendo il massimo rigore scientifico» (p. 6), pertanto, le proposte di riforma e le strategie di contrasto adombrate nel libro possono rappresentare un contributo prezioso anche per i policy maker e gli attori politici interessati a promuovere una maggiore partecipazione elettorale. Questo volume può senz’altro fungere da punto di riferimento per future ricerche e discussioni sull'astensionismo elettorale, in quanto fornisce strumenti preziosi per comprendere e affrontare una delle sfide più pressanti per le democrazie contemporanee.

 

Maria Giorgia Caraceni è dottoranda presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi

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