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Il nuovo copione dell’illiberalismo

Il nuovo copione dell’illiberalismo

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Redazione

 

Negli ultimi quindici anni l’Europa ha assistito a una trasformazione silenziosa ma profonda del proprio discorso pubblico. Non è un cambiamento improvviso, né un’esportazione passiva di dinamiche politiche americane: come documenta Francesca De Benedetti nel rapporto Il copione illiberale, pubblicato dalla Friedrich-Ebert-Stiftung nel novembre 2025, si tratta di un vero e proprio playbook, una strategia comune delle destre illiberali che ha progressivamente rimodellato linguaggi, priorità e percezioni collettive. Un processo che l’autrice definisce di “orbanizzazione”: un riferimento non solo simbolico al premier ungherese Viktor Orbán, ma alla sua capacità di costruire un modello riproducibile, condiviso e adattabile.

 

Dal controllo dei media alla riscrittura dell’agenda pubblica

Il playbook nasce dall’Ungheria del 2010. La ricetta è nota: presa dei media, colonizzazione dell’informazione, e costruzione di un ecosistema mediatico favorevole. La cronologia ricostruita nel rapporto è esemplare: legge sui media (2010), chiusura di giornali d’opposizione come Népszabadság, creazione del conglomerato filogovernativo Kesma (2018), trasformazione di testate indipendenti in veri organi della propaganda di governo. È lo stesso modello che oggi, in forme diverse, si replica in Slovacchia, Polonia e Italia, dove l’ingresso del nostro Paese nel gruppo dei “paesi problematici” per la libertà di stampa è osservato con crescente preoccupazione da organismi internazionali.

Il rapporto ricorda come il deterioramento della libertà di informazione sia il primo segnale visibile di una deriva illiberale: una dinamica che si attiva quando leader politici determinati a mantenere il potere a ogni costo sperimentano la possibilità di perderlo – come Orbán nel 2002 o Robert Fico nel 2018 – e reagiscono ampliando il controllo su istituzioni, economia e cultura.

 

La formula Finkelstein e la costruzione del nemico

Cuore del playbook è la cosiddetta formula Finkelstein, elaborata dal consulente politico americano Arthur J. Finkelstein: non mobilitare “per qualcosa”, ma contro qualcuno. Da più di un decennio questa logica negativa regge la retorica delle destre europee: si va dal nemico perfetto, George Soros, ai leader della Commissione europea, fino all’opposizione interna. Non importa che il volto cambi: ciò che conta è alimentare un conflitto permanente.

L’Italia non fa eccezione. Giorgia Meloni, ricorda De Benedetti, incentra gran parte dei propri discorsi sulla contrapposizione a una “sinistra” più evocata che reale, utilizzata come controcampo identitario. Una strategia speculare a quella di Fidesz, che – tra poster, campagne, referendum – costruisce da anni un immaginario in cui Bruxelles, i migranti, le persone LGBT+ e i media indipendenti sono parte di un’unica minaccia.

 

Dalle minoranze all’Unione europea: una polarizzazione costruita

Il playbook si caratterizza anche per la chirurgica capacità di frammentare la società su base identitaria. La retorica anti migranti, spiega il rapporto, è ormai diventata mainstream in quasi tutti i Paesi Ue, al punto che forze centriste e popolari, nel tentativo di inseguire l’estrema destra, hanno adottato molte sue parole d’ordine. In Germania, Francia e a Bruxelles le politiche di “esternalizzazione” e rafforzamento delle frontiere sono ormai normalizzate; in Italia il governo ha fatto della questione migratoria un pilastro della propria strategia comunicativa, influenzando anche l’agenda europea.

Il meccanismo è sempre lo stesso: identificare un gruppo vulnerabile, associarlo a una minaccia e usarlo come leva per spostare l’asse del dibattito. La tecnica è stata replicata anche sull’attacco ai diritti LGBT+, con un crescendo che va dalle “LGBT-free zones” polacche al recente “divieto di Pride” ungherese del 2025: un provvedimento che, dietro la presunta protezione dei minori, nasconde un dispositivo repressivo più ampio, che utilizza anche la sorveglianza facciale per individuare manifestanti e dissidenti.

La rete transnazionale dell’illiberalismo

Il rapporto dedica grande attenzione alla rete internazionale che sostiene questo playbook: un sistema di think tank, istituti e fondazioni che collegano tra loro Budapest, Varsavia, Roma, Bruxelles e Washington. L’MCC ungherese, Ordo Iuris in Polonia, la Heritage Foundation negli Stati Uniti e realtà italiane come Nazione Futura formano un circuito di scambio permanente di strategie, finanziamenti, ospitate e narrative.

Non si tratta solo di propaganda coordinata, ma di un’architettura ideologica che attraversa l’Atlantico: la logica del Project 2025 americano dialoga con la “guerra culturale” europea, mentre leader come Orbán e Meloni sono percepiti come modelli da replicare in altri Paesi, dalla Germania all’Austria.

 

La democrazia sotto pressione

Secondo De Benedetti, l’effetto più grave del playbook non è solo la discriminazione delle minoranze o il restringimento delle libertà civili, ma la lenta – e spesso invisibile – corrosione delle procedure democratiche. Dalla manipolazione del concetto di “sovranità” per colpire ong e media non allineati, alle riforme sulla sicurezza che ampliano i poteri dei servizi segreti, fino alla normalizzazione delle scelte dell’estrema destra da parte dei partiti tradizionali: tutto contribuisce a spostare il baricentro del sistema politico.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2025, osserva il rapporto, ha accelerato questo processo su scala globale. Ma il suo successo si innesta su un terreno europeo già preparato da anni di “martellamento illiberale”.

 

Un copione ormai globale

Se qualcosa emerge con chiarezza dallo studio, è la natura progressiva, metodica e strutturata della deriva illiberale. Non è un’anomalia, ma un modello esportabile. Non è un’improvvisazione, ma un copione replicato in diversi contesti. E soprattutto: non è un fenomeno marginale, ma la nuova normalità su cui si giocano oggi le battaglie politiche europee.

L’Europa, conclude De Benedetti, è entrata in una stagione in cui le fratture identitarie e il linguaggio del nemico rischiano di sostituire – o svuotare – la dialettica democratica. Per contrastare questa tendenza, non basterà denunciare gli eccessi del populismo: servirà un lavoro culturale, politico e istituzionale all’altezza della profondità del cambiamento in corso.

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