intervista | 16 aprile 2026

Il demone che non si nomina

Il demone che non si nomina

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Intervista a Marco Dotti

 

C’è una parola che la modernità ha creduto di potersi lasciare alle spalle – demoniaco – e che invece, a quanto pare, non ha mai smesso di descriverla. Paul Tillich la formulò nel 1926, in un saggio cruciale, eppure non così conosciuto, per indicare non il male puro ma qualcosa di più sottile e, per questo, assai più pericoloso: vale a dire, la forza che crea e che distrugge nello stesso gesto, la potenza che abita le forme vitali della storia proprio mentre le corrode dall’interno.

Marco Dotti, saggista e studioso del pensiero critico novecentesco, ha riportato questa categoria al centro dell’attenzione in un suo recente articolo, non come un esercizio di archeologia filosofica, ma come un strumento di utile lettura del presente, ossia dell’ordine algoritmico, della tecnocrazia, di quella forma di idolatria che non si annuncia come tale perché si spaccia per fatto oggettivo. In questa conversazione, Dotti guida il lettore attraverso i nodi di un pensiero che attraversa Tillich, Horkheimer e Adorno, Gerhard Ritter e Leo Löwenthal, per approdare a una domanda che riguarda tutti: come si nomina il demoniaco della propria epoca, senza scambiarlo per il satanico e senza fingere che non esista?

 

Nel suo articolo lei mostra come il «demoniaco» in Tillich non sia una semplice figura religiosa, ma una categoria capace di illuminare i processi di assolutizzazione nella storia. Che cosa rende oggi questo lessico ancora così radicale e così utile per leggere i poteri politici, tecnici e simbolici del presente?

Tillich pensa il demoniaco come struttura dell’esistenza storica. Va al di là del giudizio su un singolo fenomeno. Quando nel 1926 scrive il suo saggio sul demoniaco, Das Dämonische. Ein Beitrag zur Sinndeutung der Geschichte,  e vi vede l’emergere di quel fondo creativo che si oppone alla forma, pur essendo implicato nella forma, descrive qualcosa che si sottrae ai vocabolari correnti. Le scienze sociali hanno categorie molto raffinate per analizzare il potere, la disuguaglianza, la sorveglianza. Ma in gran parte presuppongono – o, almeno, presupponevano al tempo di Tillich – che questi fenomeni siano correggibili, che siano guasti di un meccanismo altrimenti funzionante. Il demoniaco tillichiano nega questa premessa. La razionalizzazione che avanza, la comprensione razionale che a ogni passo avanti distrugge l’autonomia delle cose, non è un incidente di percorso. Non c’è un’omeostasi a cui tornare, dopo la rottura. Poiché questo è il modo in cui la ragione opera quando si fa dominio. Adorno e Horkheimer lo esplicitarono nella loro Dialettica dell’illuminismo, dove scrivono che «la tecnica è l’essenza di questo sapere» e che tale sapere «non tende a concetti e a immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo sfruttamento del lavoro altrui». All’estrazione radicale di valore, diremmo oggi. Horkheimer e Adorno osservano, sulla scia di Tillich, che «la tendenza all’autodistruzione appartiene fin dall’inizio alla razionalità, e non solo alla fase in cui emerge in tutta la sua evidenza». È la dialettica del demoniaco, ovvero di ciò che regge e di ciò che distrugge. Ciò che regge e ciò che distrugge non sono due forze contrapposte, ma la stessa forza colta in momenti diversi del suo dispiegamento. Per questo il lessico tillichiano resta, a mio modestissimo avviso, uno strumento importante, ancorché poco frequentato, per comprendere i processi di razionalizzazione in atto. Lo è, a parer mio, proprio perché rifiuta di separare la questione del potere dalla questione del senso, e perché individua nella razionalità stessa, non fuori di essa, il principio della sua rovina. Il che, ovviamente, mette in crisi certe retoriche del limite.

 

Uno dei punti più forti del suo ragionamento è che il demoniaco non coincide con il puro negativo, ma con una potenza ambigua, capace di abitare anche ciò che appare vitale, creativo o emancipativo. Non è proprio questa ambivalenza a fare di Tillich un interprete decisivo della modernità politica?

Ne sono convinto, proprio perché Tillich non descrive il demoniaco come una degenerazione, una patologia dello spirito. Lo descrive come la condizione in cui lo spirito che crea si trova, suo malgrado, implicato. Creare significa portare alla forma un materiale che resiste alla forma, e questa resistenza non è un ostacolo esterno, è il fondo stesso da cui la creazione emerge. Il satanico, per Tillich, è la pura distruzione senza forma, l’abisso. Il demoniaco è profondità, conserva un residuo di positività. È «possessione», scrive Tillich, ma una possessione in cui lo spirito resta spirito, viene scisso, non annullato. Gerhard Ritter, nel Machtstaat und Utopie del 1940, traduceva questa struttura in termini politici con una formula che meriterebbe di essere sempre ricordata: il demoniaco del potere è quella possessione della volontà senza la quale nessuna grande struttura di potere può prendere forma, ma che racchiude in sé pericolose forze distruttive. È la sfera del crepuscolo, dell’ambivalenza (il che non significa “decadenza”, anzi…), non dell’oscurità piena. Per la critica politica questo significa che la denuncia del male del potere, da sola, è insufficiente. Se si vede nella tecnica solo abisso, solo minaccia, si scambia il demoniaco con il satanico e si perde la capacità di analisi. Si entra nella dogmatica. Ma se si accetta il potere tecnico come dato neutro si cade nell’errore simmetrico. Horkheimer e Adorno formulano la stessa struttura quando scrivono che «la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». Splende. Ma di trionfale sventura. Creazione e distruzione nello stesso gesto, nella stessa luce. Terribile e magnifico, al contempo. Come la luce riflessa negli occhi di J. Robert Oppenheimer.

 

Per Tillich il demoniaco emerge quando una realtà finita – la nazione, lo Stato, l’economia, la tecnica – pretende per sé un valore assoluto. Quali sono oggi, secondo lei, le forme più evidenti di questa idolatria del finito, e quanto incidono sulla crisi delle democrazie contemporanee?

Tillich portava come esempi l’esaltazione di una nazione al di sopra di tutte le altre, una dottrina che si presenta con pretesa di validità ultima, una ricerca storico-scientifica che rivendica l’assolutezza. Oggi la forma più pervasiva di assolutizzazione del finito è quella tecnologica, e lo è proprio perché non si dichiara come tale.  Ma attenzione: anche il relativismo, in sé, è una forma di “cattiva totalità”, una pars pro toto. Tornando all’algoritmo, come figura emblematica, esso non dice «io sono il valore supremo». Dice «io non sono un valore, sono un fatto». E questa è la forma di idolatria più difficile da riconoscere, perché si sottrae al giudizio negandosi come giudizio. Prendiamo un imprenditore lucido e capace come Peter Thiel, oggi sotto i riflettori delle cronache, ma attivo da decenni. Con la sua azione, imprenditoriale e non, ha reso esplicito ciò che nel sistema tecnocratico resta di norma implicito. Nelle sue lezioni sull’Anticristo la tecnologia è coimplicata con fini al tempo stesso impliciti e che la trascendono. È, in altri termini, il luogo stesso di un aspro confronto teologico-politico, lo spazio non neutro dove si gioca la partita decisiva del nostro tempo. Non usa la teologia come cornice retorica per parlare di tecnica o tecnologia che dir si voglia, individua nella tecnologia un’infrastruttura già in sé teologica e politica. Questo lo rende una figura genuinamente demoniaca nel senso tillichiano e non un ideologo travestito da teologo. O viceversa L’incidenza sulla crisi democratica di una situazione come questa è diretta. La democrazia riposa sulla contendibilità delle pretese di valore. L’algoritmo porta a compimento un programma che rende ogni cosa calcolabile, ogni soggetto profilabile, ogni decisione ottimizzabile, ogni scelta massimizzabile… Quando il dispositivo tecnico si sottrae alla contendibilità presentandosi come fatto oggettivo, lo spazio democratico si restringe senza che nessuno debba esplicitamente sopprimerlo. Questo è il lato totalitario dell’illuminismo. Ma si tratta di un “illuminismo oscuro”, che ha rovesciato ogni retorica e reso evidente la volontà di una autoaffermazione tautologica che – paradosso nel paradosso – sembra non aver più bisogno di violenza esplicita. Solo di decisione programmata. Almeno per ora.

 

Nella parte finale del suo articolo affiora una questione cruciale: che l’ordine algoritmico e tecnocratico contemporaneo possa diventare una nuova figura del demoniaco. Alla luce di Tillich, come si può riconoscere questa deriva senza cadere né nell’apocalisse anti-tecnologica né nell’accettazione passiva dell’esistente?

La distinzione tillichiana fra demoniaco e satanico è anche una bussola pratica. Chi vede nella tecnica solo distruzione commette l’errore di scambiare il demoniaco con il satanico, perdendo di vista l’elemento creativo. L’apocalittica anti-tecnologica cade in questa trappola. Ma chi accetta la tecnica come dato compiuto e neutro si consegna al demoniaco senza saperlo nominare. Tillich scrive che la profanazione è sempre razionalizzazione, e che la razionalizzazione «viene demonicamente distorta dalla volontà di dominio che se ne impossessa, togliendo alle cose la loro essenzialità e autonomia». La Entdämonisierung moderna, la pretesa di aver liquidato i demoni “demitizzandoli”, ha prodotto il proprio rovesciamento. Non c’è uscita dalla dialettica del demoniaco per via di progresso, né per via di sempre più improbabili rivoluzioni, ma solo «mediante creazione e grazia», come osservava Tillich. Ma la battaglia senza quartiere contro il demoniaco di un’epoca rimane un «inderogabile dovere politico-religioso». L’accento cade su battaglia. Non su contemplazione, non sulla rassegnazione, non sull’attesa. La dialettica è conflitto. Non accomodamento. Almeno in questo caso.

Leo Löwenthal, nel 1946 pubblicò un saggio dal titolo Terror’s Atomization of Man in cui scrisse parole che oggi, a quasi ottant’anni di distanza, suonano come una descrizione anticipata dell’ordine algoritmico di cui stiamo parlando. «In una società terroristica, in cui tutto è pianificato con la massima cura – scrive Löwenthal – l’individuo ha come unico progetto di non averne alcuno. Diventa un semplice oggetto, un fascio di riflessi condizionati con cui reagisce agli innumerevoli shock che sono il frutto del calcolo e della manipolazione». Löwenthal parlava del terrore politico. Ma la struttura che descrive, la riduzione dell’individuo a terminale reattivo di shock calcolati, è oggi la struttura ordinaria dell’interazione fra soggetto e piattaforma. Il demoniaco tecnologico sta anche in questo: nell’aver reso quotidiana, banale, perfino desiderabile e auspicabile una condizione che Löwenthal poteva descrivere solo pensando ai campi. Nominare questa struttura, individuare il demoniaco proprio del nostro tempo, come Tillich chiedeva, è il primo atto che ci è richiesto.

Data

16 aprile 2026

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