recensione | 30 maggio 2026

Il complotto del marxismo culturale

Il complotto del marxismo culturale

Condividi su:

 

Georgios Samaras

 

Vi sono libri che, oltre a colmare una lacuna importante nella letteratura, affrontano un terreno che altri avrebbero dovuto percorrere molto prima. È il caso del nuovo volume di A. J. A. Woods, The Cultural Marxism Conspiracy: Why the Right Blames the Frankfurt School for the Decline of the West (Verso, 2026), che offre finalmente risposte articolate alla diffusione capillare di alcuni dei sentimenti antisemiti e anticomunisti più insidiosi presenti nella politica contemporanea. Contributi precedenti — firmati da Martin Jay, Jack Jacobs, Joan Braune, Jérôme Jamin e John E. Richardson — avevano già identificato segmenti di questa storia; il volume di Woods si distingue tuttavia per aver restituito alla teoria del complotto una storia intellettuale compiuta e autonoma.

Adottando una prospettiva di storia intellettuale e avvalendosi di ricerca archivistica e teoria critica, Woods ricostruisce il processo attraverso cui la Scuola di Francoforte è stata trasformata da corpus di difficile teoria sociale in un'immagine del nemico funzionale e portatile per la destra radicale.

 

La teoria del complotto del «marxismo culturale»

Per i lettori meno familiari con la questione: la teoria del complotto del «marxismo culturale» è, nella sua sostanza, una narrazione di estrema destra e di carattere antisemita che attribuisce al marxismo occidentale la responsabilità deliberata dei movimenti progressisti moderni e del politicamente corretto. Essa postula che un gruppo di filosofi ebrei fuggiti dalla Germania negli anni Trenta, e stabilitisi alla Columbia University, abbia elaborato una forma eterodossa di marxismo concepita per colpire i valori culturali occidentali e cristiani, lavorando, secondo questa tesi, a una corrosione dall'interno della società. Nessun episodio ha illustrato questa dinamica con maggiore evidenza, nel contesto britannico, di quanto avvenuto nel marzo 2019, quando l'allora deputata conservatrice (oggi esponente di Reform UK) Suella Braverman tenne un discorso al think tank di destra Bruges Group dichiarando che «in quanto conservatori, siamo impegnati in una battaglia contro il marxismo culturale». Il rifiuto di Braverman di ritrattare o correggere il proprio linguaggio rappresenta con precisione il tipo di sdoganamento di cui questo libro si occupa.

Il fenomeno è analizzato in profondità da Woods, che risale alle origini negli anni Sessanta per poi esaminare il movimento LaRouche e i suoi attacchi sistematici ai marxisti della Scuola di Francoforte. La ricostruzione storica è uno dei punti di forza del volume: essa resiste alla tentazione di trattare il «marxismo culturale» come un fenomeno puramente contemporaneo, nato in rete, e lo radica invece in decenni di deliberata costruzione ideologica, mostrando come quella che potrebbe sembrare una retorica marginale fosse in realtà coltivata con cura ben prima di approdare ai discorsi parlamentari. Come capitolo iniziale, svolge un lavoro considerevole nell'edificare l'architettura storica della cospirazione.

 

Le radici del trumpismo e della Nuova Destra

Nel secondo capitolo l'analisi si sposta sulla Nuova Destra come forza politica. Con questo termine si indica una corrente di pensiero conservatore e di estrema destra sviluppatasi nella seconda metà del Novecento, che mirava a rifondare la politica attorno al mercato, all'identità nazionale e a una netta opposizione ai progetti socialisti. Woods integra efficacemente il territorio dei think tank per spiegare lo sviluppo del pensiero politico e il processo attraverso cui il conservatorismo è stato contaminato da elementi corrosivi. Detto ciò, pur trattandosi principalmente di un'analisi di correnti storiche, il trattamento della Nuova Destra costituisce un'occasione in parte mancata: non si confronta pienamente con i dibattiti più risalenti sul processo di sdoganamento dell'estrema destra negli Stati Uniti — dibattiti rilevanti perché spiegano come elementi di estrema destra abbiano potuto infiltrare il conservatorismo liberale e normalizzare progressivamente alcune delle idee più autoritarie che da allora sono entrate nel discorso pubblico. La traiettoria ideologica della Nuova Destra meriterebbe uno spazio maggiore di quello che le viene riconosciuto, poiché comprendere quella traiettoria è inscindibile dalla comprensione di tutto ciò che ne è conseguito.

Questa considerazione acquista ancora maggiore rilevanza nel terzo capitolo, che segue il filo dalla Nuova Destra al Tea Party e ricostruisce come quelle idee siano rientrate nel Partito Repubblicano. L'osservazione più significativa del capitolo è la tesi secondo cui la scomparsa del Tea Party come movimento formale non ne ha affatto ridotto l'influenza — anzi. La sua eredità ideologica continua a orientare la direzione del Partito Repubblicano sotto Trump, con le narrazioni anticomuniste più estreme oggi apertamente adottate dai media. Il Tea Party è stato assorbito, ed è proprio quell'assorbimento ad averlo reso così efficace. Woods gestisce bene questa analisi, e il capitolo funziona da convincente ponte tra le sezioni storiche e quelle più direttamente contemporanee.

Il quarto capitolo stabilisce le connessioni tra le tecniche impiegate per sdoganare la teoria del complotto e analoghi movimenti linguistici di correnti ideologiche di estrema destra, in particolare la narrativa anti-woke e la demonizzazione della Critical Race Theory. È il capitolo più riuscito del volume. Il trumpismo assume qui un ruolo centrale nell'analisi di Woods, e il momento della pubblicazione gli conferisce una particolare urgenza. Il testo coglie con accuratezza i meccanismi attraverso cui le parole d'ordine vengono fabbricate e i concetti storici deliberatamente distorcono durante le fasi di sdoganamento dell'estrema destra. Il termine «woke», ad esempio, è stato svuotato del suo significato politico originario e ricodificato come stenografia di estrema destra per il declino morale e culturale. In questa forma opera come accusa elastica, usata per delegittimare le minoranze e qualsiasi rivendicazione sociale che esuli dall'immagine d'ordine preferita dalla destra radicale. Il capitolo riesce in qualcosa di genuinamente difficile: traccia i meccanismi attraverso cui il linguaggio viene trasformato in arma politica senza scivolare nell'astratto, mantenendo l'argomentazione ancorata a sviluppi politici concreti. Woods dà qui il meglio di sé.

 

Gli attacchi al DEI e ai diritti umani

La conclusione raccoglie con abilità i risultati principali del volume collegandoli direttamente all'operato del Dipartimento per l'Efficienza Governativa (DOGE) degli Stati Uniti e di Elon Musk. Woods attinge agli sviluppi storici relativi alla demonizzazione di concetti come Diversity, Equity and Inclusion (DEI) per spiegare l'arretramento più aggressivo sui diritti che la politica statunitense abbia conosciuto negli ultimi decenni — un arretramento che ha preso apertamente di mira le minoranze e le persone di colore. Il legame con il contesto storico stabilito nei capitoli precedenti è illuminante: rende evidente quanto siano gravi le minacce che la democrazia sta attualmente affrontando, e quanto profondi siano i fondamenti di questo progetto. Alcuni hanno indicato la parziale chiusura del DOGE dopo il gennaio 2026 come prova del suo fallimento, ma l'argomentazione di Woods si concentra su come questo danno sia il prodotto di un progetto decennale direttamente connesso alla Nuova Destra e al Partito Repubblicano — entrambi impegnati a infiltrarsi nel conservatorismo e a rifondarlo, trasformandolo in veicolo di una politica che tratta intere categorie di persone come sacrificabili.

Il libro è eccellente, e la sua unica reale debolezza è l'assenza di un confronto più diretto e sistematico con il processo di sdoganamento dell'estrema destra così come si è sviluppato in Europa. Al di là del caso britannico di Braverman, la dimensione europea del fenomeno — che ha dinamiche proprie e distinte — resta in larga misura ignorata. Si tratta tuttavia di una lacuna che non diminuisce in misura significativa quello che è altrimenti un lavoro acuto, ben documentato e tempestivo. Il volume è una lettura indispensabile per chiunque si interessi al conservatorismo statunitense, alla politica del linguaggio politico e alle tendenze autoritarie che stanno ridisegnando l'Occidente. Colma una lacuna reale nella letteratura, e lo fa senza reticenze.

 

Georgios Samaras è ricercatore di Politiche Pubbliche presso la School for Government e il Policy Institute del King's College di Londra. Le sue ricerche riguardano l'estremismo di destra, la comunicazione politica, la deriva autoritaria delle democrazie e le risposte politiche alle pratiche illiberali, oltre ai più ampi sviluppi della politica europea e statunitense.

 

* Questa recensione è stata pubblicata originariamente sulla LSE Review of Books, 21 maggio 2026

 

Data

30 maggio 2026

Condividi su:

Newsletter

Iscriviti alla newsletter