Redazione
«O Brasil não é para principiantes», «Il Brasile non è per principianti». Lo dice una frase famosa attribuita Antonio “Tom” Jobim, che già negli anni Sessanta, si rivolgeva a chi, dall’esterno, faticava a decifrare la complessità di quel Paese continente. La frase è rimasta proverbio. Dario Clemente e Jacopo Bottacchi la scelgono come esergo ideale del loro lavoro, Brasile Globale. Economia e politica da Lula a Lula (Meltemi, 2025), e la declinano con una mossa intelligente: non per scoraggiare il lettore, ma per invitarlo a cambiare prospettiva. Di fronte al Brasile siamo tutti, in misura diversa, principianti. Riconoscerlo è il primo passo per cominciare a capire davvero.
Il libro arriva in un momento opportuno. Il Brasile si avvicina alle elezioni presidenziali del 2026 – un appuntamento che gli autori definiscono «epocale» – in un contesto internazionale segnato dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, dalla ridefinizione dei BRICS e dalla crisi dei vecchi equilibri multilaterali. Eppure la saggistica italiana continua a trattare il gigante sudamericano con intermittenza: un’attenzione che si accende in occasione di grandi eventi o sconvolgimenti - il 7 a 1 dei Mondiali del 2014, la prigione di Lula, l’assalto al Congresso del gennaio 2023 - per poi spegnersi non appena il Paese scompare dalla prima pagina. Il libro di Clemente e Bottacchi nasce proprio per colmare questo vuoto, e lo fa con serietà analitica e senza rinunciare alla leggibilità.
Il filo conduttore è la figura di Luiz Inácio Lula da Silva: operaio tornitore di São Bernardo do Campo, sindacalista dell’ABC Paulista, fondatore del Partido dos Trabalhadores, presidente per due mandati consecutivi (2003-2010), poi imputato, condannato, incarcerato, e infine di nuovo presidente dal 2023. La sua traiettoria personale – che incrocia mezzo secolo di storia brasiliana – viene usata come strumento di periodizzazione e come prisma analitico, non come oggetto di agiografia. «Se Lula è il figlio del Brasile», scrivono gli autori, «la sua storia personale si intreccia inesorabilmente con quella del Paese.» È una chiave di lettura efficace, che permette di tenere insieme struttura e congiuntura senza schiacciare l’una sull’altra.
Il racconto prende avvio dalla crisi del modello neoliberista degli anni Novanta: la svalutazione del Real, il ricorso all’FMI, il progressivo esaurimento del Washington Consensus. È in questo contesto che si consolida la figura di Lula come alternativa credibile, sullo sfondo di esperienze politiche decisive - dal primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del 2001 all’orçamento participativo che rendeva la capitale gaúcha un laboratorio di democrazia riconosciuto a livello internazionale. La dimensione internazionale non è mai assente nemmeno nei capitoli più “interni”: è uno dei punti di forza del libro, che restituisce costantemente l’intreccio tra economia e politica, tra scala domestica e scala globale.
Con l’avvento dei governi del PT, l’analisi entra nel vivo. La sfida del primo mandato - mantenere la stabilità finanziaria mentre si avvia una redistribuzione senza precedenti - è ricostruita con equilibrio, senza cedere né alla mitologia progressista né alla vulgata liberista. Il neodesenvolvimentismo – il tentativo di coniugare crescita, inclusione sociale e protagonismo statale – viene presentato nelle sue potenzialità e nelle sue contraddizioni, con attenzione al ruolo del BNDES, alla politica dei Campeões Nacionais e all’espansione delle multinazionali brasiliane in America Latina e in Africa. È la stagione in cui il Brasile entra nei BRICS, guida coalizioni di paesi periferici al WTO, ottiene la riforma delle quote del FMI e si propone come voce del «sud globale», un protagonismo internazionale inedito, che Obama sintetizzerà al G20 di Londra del 2009 definendo Lula «l’uomo più popolare della Terra».
Questa proiezione globale costituisce uno dei contributi più originali del volume. Gli autori ricostruiscono con precisione il progetto brasiliano di integrazione sudamericana – dall’UNASUR all’IIRSA, la grande iniziativa infrastrutturale che mira a costruire una «ragnatela» logistica con il Brasile al centro geoeconomico – mostrando come l’ambizione regionale e quella globale siano state, almeno in una prima fase, complementari. Ma mostrano anche come il modello cominci a scricchiolare: la competizione latente con il Venezuela chavista, le resistenze di Uruguay e Paraguay nel MERCOSUR, e soprattutto la progressiva subordinazione degli obiettivi regionali a quelli di inserzione globale. «Il piano regionale perse gradualmente importanza agli occhi della diplomazia brasiliana rispetto alla proiezione globale». Una tensione che si risolverà a scapito dell’integrazione sudamericana.
La seconda parte del libro affronta il decennio turbolento che separa la fine del secondo mandato di Lula dal suo ritorno. La destituzione di Dilma Rousseff nel 2016 (golpe o impeachment? Gli autori restituiscono il dibattito senza nascondere il proprio punto di vista), lo scandalo Lava Jato e la sua manipolazione giudiziaria e politica, l’ascesa di Bolsonaro come espressione di una «nuova destra» populista e reazionaria, la prigione di Lula: una sequenza che gli autori leggono come il progressivo svelamento delle fragilità strutturali di una democrazia nata nel 1985 da una transizione incompiuta. La giovane democrazia brasiliana, accusano Clemente e Bottacchi, ha accumulato in questo decennio «così tante cicatrici da volgersi a tratti irriconoscibile».
Il volume si chiude con una «bonus track» dedicata al Brasile del terzo Lula e alle elezioni del 2026, affrontate senza la tentazione della prognosi definitiva. La domanda finale – «dopo Lula… Lula?» – è lasciata volutamente aperta. È la scelta giusta: in un Paese dove l’imprevedibile è la regola, la sobrietà intellettuale vale più di qualsiasi previsione.
Una nota sul metodo merita attenzione. Gli autori integrano nel testo quello che chiamano «immagini»: discorsi politici, stralci di giornali d’epoca, testi di canzoni in portoghese brasiliano. Non sono ornamenti, ma fonti. La poesia di Vinicius de Moraes sull’«operaio in costruzione», il discorso di Fernando Henrique Cardoso alle casalinghe brasiliane nel 1998, la canzone degli Offlaga Disco Pax con l’adesivo «Lula Brasil» sul lunotto di una Golf parcheggiata male in una città italiana: sono tutti documenti di una cultura politica che non si può comprendere senza immergersi nella sua lingua e nei suoi codici simbolici. In una formulazione che gli autori stessi definiscono «gramsciana», si tratta di «tradurre» il Brasile per il lettore italiano - non semplificarlo, ma renderlo accessibile senza tradirne la complessità.
Qualche limite va segnalato, nell’interesse del lettore. La scelta di privilegiare la narrazione rispetto all’apparato critico, per quanto consapevole e dichiarata, lascia talvolta sullo sfondo alcune questioni che avrebbero meritato maggiore sviluppo: il ruolo della Chiesa cattolica e delle comunità evangeliche nella trasformazione del paesaggio politico brasiliano, la questione ambientale e amazonica come variabile strutturale, il rapporto tra le politiche sociali del PT e la persistenza delle disuguaglianze razziali. Sono assenze che non inficiano il valore complessivo del lavoro, ma che il lettore specialista vorrà integrare con la ricca bibliografia di approfondimento che gli autori hanno opportunamente allegato.
Brasile Globale resta, nel panorama italiano, un libro necessario. In un momento in cui l’ordine internazionale è sotto pressione e il peso dei Paesi emergenti è al centro del dibattito politico e accademico, il caso brasiliano offre una prospettiva di straordinaria ricchezza. Un Paese che compete con l’Italia per l’ottavo posto nell’economia mondiale, che ha sperimentato in pochi decenni ascesa e caduta di un modello di sviluppo alternativo, che ha prodotto insieme Lula e Bolsonaro, merita un’attenzione sistematica che questo libro finalmente gli riserva. Senza illudersi di non essere, in fondo, ancora principianti.