Redazione
Negli ultimi mesi, soprattutto sui social network e nelle piattaforme video frequentate dagli adolescenti, è esploso improvvisamente un nuovo oggetto di ossessione polemica: i therian. Il termine indica individui che dichiarano di identificarsi – sul piano simbolico, spirituale o identitario – con un animale non umano. In molti casi si tratta di adolescenti che utilizzano maschere, code artificiali, comportamenti imitativi o avatar digitali per esprimere questa identificazione. Fenomeno di nicchia nato negli ambienti online degli anni Novanta, il therianismo è stato improvvisamente trasformato in uno dei bersagli privilegiati della nuova guerra culturale globale.
A prima vista potrebbe sembrare soltanto una delle tante eccentricità prodotte dalla cultura digitale contemporanea. E certamente il fenomeno presenta elementi che appartengono alla logica della subcultura online, della costruzione narrativa dell’identità e della performatività social. Ma ciò che colpisce non è tanto l’esistenza dei therian, quanto la violenza simbolica con cui il tema è stato utilizzato all’interno del conflitto politico contemporaneo.
Secondo un’analisi pubblicata da Eurovision News Spotlight, la diffusione virale del “panico therian” è stata alimentata da contenuti manipolati, immagini generate o alterate con l’intelligenza artificiale e campagne di disinformazione che hanno trasformato un fenomeno marginale in una presunta emergenza culturale. Molti contenuti sostenevano, falsamente, che le scuole occidentali stessero predisponendo lettiere per studenti che “si identificano come gatti”, oppure che le istituzioni educative incoraggiassero la dissoluzione della distinzione fra umano e animale. Si tratta di narrazioni prive di fondamento, ma estremamente efficaci sul piano emotivo.
Il meccanismo è ormai noto. Nelle società polarizzate, la guerra culturale necessita continuamente di nuovi simboli negativi, di figure percepite come “devianti” o “incomprensibili”, capaci di condensare paure diffuse. Negli anni Novanta e Duemila questo ruolo fu svolto spesso dagli immigrati; successivamente dai musulmani; poi dalle persone transgender; oggi, in alcuni ambienti della destra radicale digitale, anche i therian vengono utilizzati come prova del presunto collasso morale dell’Occidente.
In questo senso, il therian non è tanto un soggetto reale quanto una costruzione politica. Gray Black, in un saggio pubblicato da Political Theology Network, sostiene che il fenomeno sia stato trasformato in un “capro espiatorio antropozoomorfico”, utile per attaccare contemporaneamente le minoranze LGBTQ+, le persone neurodivergenti e più in generale tutte le identità considerate estranee ai modelli culturali dominanti.
L’espressione “capro espiatorio” non è casuale. La dinamica descritta richiama infatti un meccanismo politico antichissimo. Da René Girard in poi, una parte importante della filosofia politica e dell’antropologia ha mostrato come le società in crisi tendano a produrre figure simboliche sulle quali scaricare tensioni, paure e conflitti interni. Il capro espiatorio svolge una funzione fondamentale: semplifica il caos sociale trasformandolo in una narrazione morale. La complessità delle trasformazioni economiche, culturali e tecnologiche viene così condensata in un’immagine facilmente identificabile e facilmente odiabile.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi. Le trasformazioni digitali, l’instabilità geopolitica, la precarizzazione economica e la crisi delle istituzioni democratiche producono ansia diffusa. Ma queste paure vengono continuamente riorganizzate dentro conflitti identitari semplificati. Non si discute più delle piattaforme tecnologiche che destrutturano lo spazio pubblico; non si affronta seriamente la questione delle disuguaglianze; non si analizzano gli effetti della concentrazione del potere economico e comunicativo. Al contrario, l’attenzione collettiva viene spostata verso bersagli simbolici marginali ma altamente emotivi.
Il caso dei therian mostra inoltre un altro aspetto decisivo della politica contemporanea: la crescente dissoluzione del confine fra realtà e rappresentazione. Gran parte del panico morale è stato infatti costruito attraverso immagini artificiali, contenuti manipolati e amplificazioni algoritmiche. La guerra culturale digitale non ha bisogno di fatti solidi; le basta la circolazione virale di simboli emotivamente potenti. In questo senso, i social network non si limitano a diffondere conflitti già esistenti: li producono attivamente, premiando i contenuti più polarizzanti e trasformando ogni eccentricità sociale in una minaccia sistemica.
È interessante osservare che il therianismo nasce in larga misura negli spazi online delle comunità fandom e fantasy degli anni Novanta, spesso collegati a forum dedicati ai lupi mannari o alla narrativa fantastica. In origine si trattava di una forma di costruzione identitaria tipicamente postmoderna, sospesa fra spiritualità, gioco simbolico, sperimentazione personale e comunità virtuale. Ma nell’ecosistema comunicativo contemporaneo anche queste microculture vengono immediatamente risucchiate nella logica della polarizzazione politica.
Il punto, naturalmente, non è stabilire se l’identità therian sia “vera” o “falsa”. Questo approccio rischia infatti di replicare il meccanismo stesso della stigmatizzazione. La questione politicamente rilevante è un’altra: perché società apparentemente mature e tecnologicamente avanzate hanno bisogno di costruire continuamente nuovi “mostri” culturali? Perché il dibattito pubblico occidentale sembra ormai incapace di funzionare senza produrre figure caricaturali da demonizzare?
La risposta probabilmente riguarda la trasformazione stessa della democrazia contemporanea. In sistemi politici sempre più frammentati, personalizzati e governati dagli algoritmi dell’attenzione, il conflitto simbolico permanente diventa uno strumento di mobilitazione essenziale. La politica non organizza più interessi collettivi stabili, ma emozioni istantanee. E le emozioni più efficaci sono quasi sempre quelle negative: paura, disgusto, indignazione.
Per questo il caso dei therian è molto meno marginale di quanto sembri. Dietro l’apparente eccentricità della vicenda si intravede infatti una dinamica molto più profonda: la trasformazione della politica democratica in una macchina permanente di produzione del nemico culturale. Oggi i therian; ieri altri gruppi; domani qualcun altro ancora. Il bersaglio cambia continuamente, ma il meccanismo rimane identico.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più inquietante della nuova guerra culturale: la sua capacità di trasformare qualsiasi differenza, anche la più marginale o innocua, in una minaccia esistenziale. In una società dominata dall’insicurezza e dalla polarizzazione permanente, nessuna eccentricità può più restare semplicemente un’eccentricità. Tutto deve diventare simbolo politico. Tutto deve essere arruolato dentro il conflitto.