articolo | 31 maggio 2026

I droni e la guerra del futuro

I droni e la guerra del futuro

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Damiano Palano

 

Fra i molti nodi che affronta, Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, dedica alcune riflessioni anche alla dimensione militare della trasformazione tecnologica in corso. Condannando l'uso dell'intelligenza artificiale nei sistemi d'arma autonomi, il documento afferma in particolare che non è moralmente accettabile delegare a una macchina decisioni irreversibili sulla vita umana. Non esiste infatti algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile: l'AI non rimuove la disumanità intrinseca del conflitto, ma può renderlo più rapido e più impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e riducendo le vittime a dati: «Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione. Per questo la catena delle responsabilità deve restare identificabile e verificabile: chi progetta, chi addestra, chi autorizza, chi impiega deve poter rendere conto delle proprie scelte. […] L’IA tende a comprimere i tempi decisionali; ma, in guerra, decisioni irreversibili non possono avere come criteri supremi rapidità ed efficienza. […] Ogni tecnologia che rende più facile colpire senza vedere il volto dell’altro abbassa la soglia morale del conflitto. La selezione dei bersagli e l’impiego della forza non possono confondere combattenti e non combattenti, né ignorare l’impatto sulle popolazioni indifese».

Oltre a porre nuove questioni morali, connesse alla deresponsabilizzazione di decisioni affidate alle macchine, la trasformazione a cui stiamo assistendo ha implicazioni anche sul modo stesso di combattere e, dunque, sulla logica con cui gli Stati possono valutare di ricorrere o meno alla forza militare per risolvere le controversie. In un articolo recente, Francis Fukuyama ha per esempio sostenuto che le guerre che si stanno combattendo oggi in Ucraina e Medio Oriente introducono un radicale cambiamento nel rapporto fra tecnologia, costo, vulnerabilità e potere militare. La supremazia militare nella lunga fase successiva alla Seconda guerra mondiale si è giocata in gran parte su due fattori. In primo luogo, sul possesso di ingenti flotte di aerei tecnologicamente avanzati e pilotati da personale altamente addestrato. In secondo luogo, sul possesso di grandi portaerei, in grado di posizionare il potenziale offensivo in prossimità del potenziale bersaglio. La centralità di entrambi questi elementi sembra invece oggi essere messa in discussione. La guerra contro l’Ucraina e l’intervento armato contro l’Iran, messi in atto rispettivamente da Russia e Usa – ossia dalle potenze dotate delle maggiori risorse militari – hanno in effetti prodotto risultati in larga parte inattesi. E, in ogni caso, i paesi aggrediti si sono rivelati capaci di resistere agli attacchi in modo del tutto sorprendente.

Fukuyama invita però a non cedere a facili entusiasmi tecnologici. La guerra non è diventata improvvisamente "post-aerea", né gli aerei sono destinati a scomparire. Per capire che cosa stia davvero cambiando, occorre distinguere tre funzioni storiche della potenza aerea. La prima è quella strategica: colpire in profondità le infrastrutture che sostengono lo sforzo bellico del nemico, come fabbriche, nodi ferroviari, centrali energetiche, depositi e reti logistiche. La seconda è quella operativa: attaccare obiettivi militari collocati a decine o centinaia di chilometri dal fronte, come linee di rifornimento, comandi, comunicazioni, difese antiaeree e concentrazioni di truppe. La terza è il supporto aereo ravvicinato, cioè l'intervento diretto contro le forze impegnate sul campo di battaglia. È soprattutto in quest'ultimo ambito che i droni FPV (First Person View) hanno prodotto la trasformazione più visibile. In Ucraina, velivoli economici, piccoli, difficili da intercettare e capaci di colpire con grande precisione hanno reso estremamente rischioso il movimento di mezzi corazzati e fanterie. La classica guerra di manovra combinata (sfondamento, penetrazione in profondità, aggiramento, conquista rapida del territorio) è diventata molto più difficile. Il campo di battaglia appare sempre più trasparente: ciò che viene visto può essere colpito, e ciò che si muove può essere distrutto.

Questa trasformazione non riguarda solo la tattica. Ha conseguenze politiche enormi. Se i droni rendono più difficile avanzare, occupare e consolidare il controllo territoriale, allora cambiano anche le condizioni attraverso cui una guerra può produrre risultati politici. La tecnologia non elimina la dimensione terrestre del conflitto: al contrario, la conferma. È ancora sul terreno che si decide la possibilità di imporre o impedire un esito politico. Ma quel terreno è oggi sorvegliato, saturato e reso letale da sistemi a basso costo. Anche la dimensione strategica è inoltre investita dal cambiamento. L'Ucraina ha colpito obiettivi energetici e industriali russi a grande distanza, mostrando che anche un Paese privo di una grande aviazione convenzionale può minacciare infrastrutture molto lontane dal fronte. Questo non significa che il bombardamento strategico sia finalmente diventato decisivo. Fukuyama ricorda anzi che gli attacchi contro i civili, oltre a essere moralmente inaccettabili, hanno storicamente avuto scarsa efficacia nel piegare la volontà politica dei Paesi colpiti. La Russia per esempio ha bombardato per anni città e infrastrutture ucraine senza ottenere la capitolazione di Kiev.

Il cambiamento più importante potrebbe però avvenire nella dimensione operativa. All'inizio della guerra, i sistemi HIMARS americani (High Mobility Artillery Rocket System, lanciarazzi multipli leggeri montati su camion, contrassegnati da elevata mobilità e grande precisione) permisero all'Ucraina di colpire depositi, linee logistiche e comandi russi con notevole efficacia. Con il tempo, Mosca ha sviluppato contromisure. Ma Kiev sta ora costruendo una nuova generazione di droni e missili in grado di colpire a distanze intermedie. Il caso della Crimea, per Fukuyama, è particolarmente significativo: le difese aeree russe vengono erose, le vie di rifornimento diventano vulnerabili, il ponte di Kerch resta un obiettivo politico e strategico. Se la posizione russa nella penisola diventasse insostenibile, ciò rappresenterebbe una sconfitta politica enorme per Putin.

Il punto decisivo, però, è economico. La guerra contemporanea sembra sempre più dominata da uno squilibrio fra mezzi d'attacco relativamente economici e mezzi di difesa molto più costosi. In altre parole, una potenza potrebbe anche possedere difese sofisticate, ma se fosse costretta a consumare sistemi costosissimi per neutralizzare minacce prodotte in massa e a basso prezzo, il problema diventerebbe strategico. La domanda dunque non è più soltanto: chi ha l'arma più avanzata? La domanda cruciale diventa piuttosto: chi può sostenere nel tempo il rapporto fra costo, produzione e logoramento?

Qui si colloca la vera rivoluzione descritta da Fukuyama. Non si tratta tanto della fine dell’era dell’aviazione, quanto della crisi di un modello fondato su piattaforme rare, costose e vulnerabili. La superiorità militare non dipende più solo dalla qualità assoluta dei sistemi, bensì dalla capacità di produrre, adattare e impiegare grandi quantità di dispositivi relativamente economici. L'Ucraina, costretta dalla necessità, è diventata un laboratorio di innovazione bellica: produce droni in massa, modifica rapidamente le tecnologie, integra software, intelligenza artificiale e reti distribuite. La guerra non premia soltanto chi possiede l'industria militare più imponente, ma chi riesce a innovare più velocemente. Ovviamente ciò non significa che le grandi potenze siano destinate all'impotenza. Gli Stati Uniti, la Russia, la Cina e gli alleati europei dispongono ancora di capacità che i piccoli Stati non possono replicare: satelliti, intelligence, missili a lungo raggio, aviazione strategica, capacità nucleari, logistica globale. Ma la soglia d'accesso alla capacità di infliggere danni rilevanti si è abbassata. E questo cambia profondamente la grammatica della deterrenza. L'Iran lo mostra in modo diverso dall'Ucraina. Teheran non ha bisogno di eguagliare la potenza aerea americana per mettere in difficoltà i suoi avversari. Può usare missili, droni e proxy regionali per saturare le difese, colpire infrastrutture, creare incertezza e aumentare i costi politici dell'escalation. Anche in questo caso il punto non è la vittoria militare nel senso classico, ma la capacità di rendere più costoso, rischioso e imprevedibile l'uso della forza da parte dell'avversario più potente.

Questa è una delle lezioni che l’Europa dovrebbe apprendere, nel momento in cui ripensa – con molta retorica e idee spesso contraddittorie – al proprio riarmo. Non basta aumentare la spesa militare se si continua a ragionare con categorie novecentesche. Non basta acquistare pochi sistemi sofisticati, se manca la capacità industriale di produrre rapidamente munizioni, droni, sensori, software e sistemi di difesa distribuiti. Non basta evocare l'autonomia strategica, se poi l'innovazione militare resta lenta, burocratica e dipendente da filiere fragili.

Una questione ulteriore non riguarda tanto se gli aerei saranno sostituiti dai droni, quanto quali saranno le conseguenze future, dal punto di vista militare ma anche da quello politico. Certamente, la trasformazione a cui abbiamo assistito in questi anni non può essere intesa come l’effetto di una legge di carattere generale. Ogni rivoluzione militare produce inizialmente un effetto di sorpresa, ma la storia della guerra è anche una storia di adattamenti, contromisure, cicli di innovazione e risposta. I carri armati non eliminarono la fanteria. L'aviazione non eliminò gli eserciti terrestri. Le armi nucleari non cancellarono le guerre convenzionali. Allo stesso modo, i droni non cancelleranno automaticamente aerei, artiglieria, logistica e occupazione del territorio. Piuttosto, li costringeranno a trasformarsi. Il nodo sarà dunque la costruzione di sistemi anti-drone economici ed efficaci e quando questi diventeranno disponibili su larga scala, l'equilibrio potrebbe cambiare di nuovo. Al momento, la difesa resta oggi spesso troppo costosa rispetto all'attacco. Questa asimmetria contribuisce a rendere la trasformazione così destabilizzante. E quella sorta di “rivoluzione dei droni” cui stiamo assistendo aggiunge così un ulteriore elemento di incertezza al quadro di una complessa transizione verso un assetto multipolare, in cui tendono a ridursi i margini di prevedibilità sul comportamento degli Stati.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos

Data

31 maggio 2026

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