Redazione
Negli ultimi anni il dibattito sulle radici del populismo ha individuato molte cause: stagnazione economica, paura dell'immigrazione, crisi delle istituzioni democratiche, polarizzazione mediatica. Un recente intervento pubblicato su Persuasion dal politologo Seva Gunitsky propone però una chiave interpretativa diversa e provocatoria: il motore più profondo del populismo contemporaneo non sarebbe tanto economico o culturale in senso tradizionale, quanto legato a una crisi della maschilità e alla diffusione di sentimenti antifemministi.
L'argomento prende le mosse da un fenomeno ormai noto: la crescente visibilità della cosiddetta manosphere, un insieme eterogeneo di comunità online che includono gruppi incel, influencer della «maschilità dominante» e movimenti antifemministi. Secondo Gunitsky, queste comunità non sono una sottocultura marginale, ma l'espressione più radicale di un sentimento diffuso di perdita di status maschile, sentimento che, a suo giudizio, si collega direttamente all'ascesa dei leader populisti contemporanei.
I riscontri empirici invocati dall'autore sono significativi: in diversi contesti nazionali, il sostegno ai partiti populisti di destra risulta particolarmente elevato tra gli uomini che si identificano con modelli tradizionali di virilità. Negli Stati Uniti Trump ha ottenuto consensi sproporzionati tra coloro che dichiarano forte attaccamento a norme di mascolinità tradizionale. Dinamiche analoghe si osservano in Europa, in America Latina e in Asia orientale: in Corea del Sud l'antifemminismo è diventato componente esplicita della mobilitazione conservatrice; in Argentina Milei ha attratto soprattutto giovani uomini affascinati dal suo stile aggressivo e trasgressivo.
Questa convergenza tra rivendicazioni maschili e populismo non sarebbe, secondo l'autore, un fenomeno puramente retorico, ma uno dei fattori strutturali che spiegano perché il populismo assuma così spesso la forma di leadership personalistiche con una forte esibizione di virilità. Trump, Bolsonaro, Duterte, Orbán, Erdoğan condividono una modalità di rappresentazione politica marcatamente connotata sul piano della maschilità: uso di simboli di forza fisica, derisione degli avversari come «deboli», insistenza sull'onore nazionale.
Le spiegazioni tradizionali del populismo – economica, culturale, istituzionale – restano importanti, ma non rendono conto di questo elemento ricorrente. La tesi di Gunitsky individua la radice di questa dinamica nella trasformazione più profonda delle società contemporanee: l'avanzamento globale dello status delle donne. L'ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, l'espansione dei diritti civili e la crescente autonomia economica hanno modificato radicalmente gerarchie consolidate. Questo processo, che rappresenta uno dei successi storici più rilevanti della modernità, avrebbe generato, come effetto collaterale, una reazione maschile alimentata da percezioni di perdita e marginalizzazione.
La manosphere offre una narrazione semplificata ma efficace: la modernità avrebbe rovesciato l'ordine «naturale» della dominanza maschile, privando gli uomini del loro ruolo tradizionale. Il populismo politico propone un racconto parallelo: le élite cosmopolite e le istituzioni liberali avrebbero sottratto al «popolo» la sovranità nazionale. In entrambi i casi il messaggio emotivo è identico ("qualcuno ti ha tolto ciò che ti spettava") e la soluzione simmetrica: solo un ritorno alla forza può ristabilire l'ordine perduto.
Pur offrendo spunti suggestivi, l'argomentazione solleva obiezioni che meritano attenzione. In primo luogo, il rischio di ridurre la complessità del fenomeno populista a una sola dimensione interpretativa: per quanto rilevante, la variabile di genere appare difficilmente separabile da fattori strutturali come la crisi economica o il declino della rappresentanza politica. In secondo luogo, l'idea di una relazione diretta tra avanzamento dei diritti delle donne e crescita del populismo suggerisce una dinamica troppo lineare: i processi di mutamento culturale raramente producono reazioni politiche uniformi, e in molti contesti l'espansione dei diritti civili è avvenuta senza generare fenomeni populisti di rilievo. Infine, la categoria stessa di «maschilità» è concettualmente plurale e difficilmente riducibile a un unico modello: le identità maschili contemporanee sono attraversate da profonde differenze generazionali, sociali e culturali, e invocarne la «crisi» come causa generale del populismo rischia di semplificare una realtà assai più articolata.
Ciò non toglie che la prospettiva proposta abbia il merito di riportare al centro dell'analisi una dimensione spesso trascurata: il ruolo delle emozioni, delle identità e delle rappresentazioni simboliche nella costruzione del consenso politico. In un'epoca segnata da insicurezza economica e rapida trasformazione culturale, la politica non si limita alla gestione di interessi materiali, ma si configura come un'arena in cui si negoziano status, riconoscimento e identità. Più che sostituire le spiegazioni economiche o istituzionali, l'analisi delle dinamiche di genere può contribuire a integrarle. Il merito principale dell'argomento non sta nell'offrire una spiegazione definitiva del populismo, ma nel ricordare che le crisi politiche nascono anche da mutamenti profondi nelle gerarchie simboliche che regolano la vita sociale. E che è proprio su questo terreno che si giocherà una parte rilevante delle sfide future delle democrazie liberali.