Elia Montani
A ogni tornata elettorale si moltiplicano le analisi sulla situazione politica del nostro Paese: dalle rivendicazioni dei partiti su ogni punto percentuale in più (o in meno), ai titoli catastrofisti che occupano le prime pagine di quotidiani e media. Questa breve riflessione ha l’obiettivo di non limitare simili analisi all’angusto spazio che solitamente è ad esse riservato il giorno dopo la chiusura delle urne, quanto piuttosto di allargare lo sguardo ad alcune tendenze generali, nella convinzione che sia fecondo non scindere il piano più politicizzato e mediatico da quello della riflessione sulle teorie della democrazia e dei partiti.
Le sette elezioni regionali che si sono susseguite tra il 28 settembre e il 24 novembre scorsi possono essere un laboratorio proficuo in quanto hanno ricoperto un ruolo significativo per la vita pubblica italiana. Non solo perché hanno chiamato al voto (almeno sulla carta) poco più di 19 milioni di cittadine e di cittadini, ma anche perché, complice il periodo nel quale si sono svolte (all’incirca a metà tra le elezioni politiche del 2022 e quelle che dovrebbero tenersi nel 2027), sono state trasformate – alla stregua di quanto accade con le midterm election statunitensi – in un test per misurare il consenso dei partiti politici e delle due coalizioni, di governo e opposizione. Quest’ultima, proprio a tale scopo, si è presentata unita in tutte le regioni coinvolte (eccezion fatta per la Valle D’Aosta, dove le coalizioni in campo sono parzialmente differenti da quelle che si osservano a livello nazionale).
Un primo interrogativo riguarda, innanzitutto, la fondatezza di tale approccio. È corretto studiare l’andamento dei voti ai singoli partiti e alle coalizioni tenendo presenti solo gli esiti delle elezioni in alcune regioni? A guardare le reazioni dei partiti, la risposta è piuttosto problematica. Infatti, osservando i post sui social media, tutti si sono dichiarati vincitori. Per esempio, il Partito Democratico ha affermato di aver preso più voti in assoluto, Fratelli d’Italia ha rivendicato una tenuta nei consensi postando lo slogan “L’Italia resta sempre più blu”, Forza Italia similmente ha sottolineato che “L’Italia è sempre più azzurra”.
Tralasciando i toni pressoché grotteschi di una situazione del genere, ciò che emerge è proprio la logica che anima la cosiddetta bubble democracy, secondo la quale l’informazione sui social media è tendenzialmente autoreferenziale, poiché a ogni utente sono suggerite le informazioni e i contenuti provenienti dalle fonti da cui è solito attingere. Nello specifico, il combinato disposto delle informazioni strumentali diffuse dai partiti e della bolla informativa entro cui gli elettori sono immersi genera una notevole confusione in quanto ognuno riceve le informazioni della propria parte politica, dunque da essa manipolate e ad essa convenienti. Una conseguenza evidente della dinamica descritta è l’arroccamento delle elettrici e degli elettori sulle posizioni che tendenzialmente già apprezzano, a cui consegue a propria volta un aumento di incomunicabilità con coloro che hanno posizioni opposte, in quanto ogni elettore vedrà continuamente confermata e alimentata la ragionevolezza della propria posizione, dunque l’infondatezza di quella opposta.
Pertanto, più che soffermarsi sulla riduzione che i partiti operano considerando le elezioni regionali un’occasione per misurare il proprio consenso, è utile sottolineare come le dinamiche di polarizzazione che diamo ormai per scontate a livello nazionale, sono confermate anche prima, durante e dopo le elezioni locali. È un aspetto che modifica di non poco l’andamento del dibattito politico, anche in relazione alla seconda questione che qui si vuole sottolineare.
In linea teorica, le elezioni regionali, poiché si riferiscono a strutture istituzionali più vicine alle cittadine e ai cittadini, dovrebbero favorire una fisiologica diminuzione della distanza tra l’elettore e il decisore politico e quindi dovrebbero essere tenute in maggiore considerazione rispetto alle elezioni relative a livelli di governo superiori. I dati che emergono dalle recenti tornate elettorali paiono mettere in questione un simile assunto.
Delle sette regioni al voto, solamente in Valle d’Aosta – regione a statuto speciale – l’affluenza ha ampiamente superato il 50%, arrivando al 62,98%. Le Marche sono la seconda regione per affluenza con un risicato 50,01%. Nelle restanti cinque regioni (Calabria, Campania, Puglia, Toscana e Veneto), l’affluenza si è attestata al 47,73% in Toscana ed è rimasta sotto il 45% nelle regioni rimanenti. Il dato che indica l’affluenza è ancora più impietoso se lo si compara alle tornate elettorali precedenti. In Calabria si è passati dal 44,36% al 43,15%; in Campania dal 55,52% al 44,10%; nelle Marche dal 59,7% al 50,01%; in Puglia dal 56,43% al 41,83%; in Toscana dal 62,20% al 47,73%; in Valle d’Aosta dal 70,50% al 62,98%; in Veneto dal 61,16% al 44,65%. Il trend nazionale che riguarda la partecipazione alle elezioni non vede dunque un miglioramento se si utilizzano come campione le elezioni regionali.
I dati appena riportati sembrano perciò mettere in dubbio ciò che parrebbe logico: più le decisioni e le istituzioni si presentano “vicine” agli elettori, maggiore è l’interesse di questi ultimi a partecipare alla vita politica. Robert D. Putnam, per sostenere una tesi simile, scelse proprio le regioni italiane come laboratorio della propria ricerca ventennale che culminò con il celebre libro intitolato La tradizione civica nelle regioni italiane (1993). Putnam affermò che, seppur con differenze, nelle regioni italiane si può osservare una diretta corrispondenza tra l’impegno civico – misurato dalla partecipazione dei cittadini alla vita comunitaria e dalla forte presenza di legami e associazioni con solidarietà orizzontale – e l’efficienza amministrativa dei governi regionali.
Sebbene il record di 203.000 preferenze personali di Luca Zaia e altri esempi virtuosi come le oltre 14mila preferenze del ventisettenne Bernard Dika dimostrino che il legame tra elettori ed eletti sia in parte ancora solido, specie all’interno delle realtà locali, occorre riflettere sul venir meno di ciò che dovrebbe essere il proprium delle elezioni regionali: l’essere espressione di una più immediata forma di autogoverno dei cittadini.
Per quanto alcune delle criticità sollevate potrebbero essere risolte con delle accortezze pratiche, ad esempio accorpando le elezioni e quindi evitando che i partiti politici siano continuamente in campagna elettorale, chi studia le trasformazioni dei sistemi democratici non si può sottrarre dal favorire una seria indagine capace di superare la crisi della partecipazione elettorale anche a partire dalle istituzioni più prossime alle cittadine e i cittadini.
Elia Montani è dottorando in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.