Raul Caruso
Negli ultimi giorni il nuovo fronte di guerra aperto dall’amministrazione Trump contro l’Iran ha confermato la dissoluzione progressiva del sistema internazionale liberale e ha accresciuto ulteriormente l’incertezza e l’inquietudine sul futuro dell’ordine globale. In realtà, la guerra in Iran rende ormai evidente una volta per tutte anche un ulteriore aspetto delle relazioni internazionali contemporanee che è necessario affrontare quanto prima, vale a dire la necessità di nuove e credibili misure di controllo degli armamenti.
I conflitti aperti dimostrano infatti, ancora una volta e in maniera piuttosto evidente e inequivocabile, che il riarmo e l’aumento costante e generalizzato della spesa militare non garantiscono né la sicurezza né, tantomeno, la pace. In particolare, ciò che emerge in maniera evidente dalle narrazioni che ci arrivano quotidianamente dal conflitto è che l’instabilità e gli incentivi al ricorso alla forza armata sono accentuati dalla diffusione sempre più ampia e pervasiva di tecnologie militari a basso costo.
Lo sviluppo dei droni e l’impiego sempre più diffuso dell’intelligenza artificiale stanno infatti modificando profondamente gli incentivi al conflitto armato. In linea generale, infatti, anche solo la percezione — reale o presunta — di un vantaggio tecnologico può contribuire non solo a far scoppiare ma anche a prolungare i conflitti, poiché rafforza l’aspettativa di vittoria oppure la capacità di resistenza e difesa militare. Inoltre, le tecnologie attuali consentono di armarsi a costi relativamente contenuti.
In questi ultimi giorni, ad esempio, diverse fonti giornalistiche e analitiche hanno evidenziato il costo estremamente basso dei droni “usa e getta”, utilizzati sia dagli iraniani per difendersi sia dall’esercito americano per attaccare direttamente Teheran. Si ripropone pertanto con urgenza la necessità di una riflessione ampia e sistematica sul controllo degli armamenti.
La corsa agli armamenti globale degli ultimi anni, che oggi conosce una nuova e significativa accelerazione, sta rafforzando progressivamente nella comunità internazionale l’idea che l’uso della forza sia l’unico criterio regolatore delle relazioni tra Stati. Il consenso internazionale sulla necessità di limitare e contenere la proliferazione degli armamenti è ormai svanito e il dialogo multilaterale su questo tema si è progressivamente interrotto.
Si consideri il caso del trattato Att (Arms Trade Treaty), che pur essendo stato ratificato da 116 Paesi — inclusi tutti gli Stati membri dell’Unione europea — non annovera tra i suoi Paesi membri gli Stati Uniti e la Russia (gli Usa lo hanno firmato ma non ratificato), né altri attori rilevanti e influenti come India, Indonesia, Arabia Saudita, Qatar e Iran, solo per citarne alcuni. L’assenza di diversi attori rilevanti ha limitato inevitabilmente l’efficacia complessiva del trattato e ne ha ridotto significativamente la capacità di incidere sulle dinamiche di diffusione degli armamenti a livello mondiale.
Non meno rilevante è la situazione della Certain Conventional Weapons (la convenzione Ccw), uno strumento del diritto internazionale umanitario volto a vietare o limitare l’uso di specifiche categorie di armi considerate causa di sofferenze gravi, inutili e ingiustificabili per i combattenti o per la popolazione civile. In questa fase, tuttavia, gli Stati parte non riescono a trovare un accordo condiviso e vincolante per introdurre nuove limitazioni sull’impiego delle armi autonome e dell’intelligenza artificiale negli scenari di guerra, nonostante la crescente rilevanza di queste tecnologie nei conflitti contemporanei.
Ancora più preoccupante e delicata è la questione delle armi nucleari. A febbraio è scaduto il trattato New Start tra Stati Uniti e Russia per la limitazione delle armi nucleari strategiche. Il New Start rappresentava l’ultimo accordo ancora formalmente in vigore tra le due principali potenze nucleari, anche se le ispezioni previste dal trattato erano già, da tempo, di fatto sospese. In questo contesto, riaprire un dialogo sul controllo degli armamenti non può più essere rimandato dai leader che non intendono accettare che l’uso della forza diventi l’unico criterio che informa le relazioni tra Stati.
Le coalizioni di volenterosi a geometria variabile, oltre a organizzarsi per il coordinamento di azioni militari, dovrebbero farsi promotrici anche di un rinnovato, serio e credibile dialogo internazionale su questo tema, per quanto difficile possa apparire nella fase attuale. L’Unione Europea, in particolare, che viene sempre più spesso chiamata a muoversi in maniera unitaria, può e deve trovare un ruolo propositivo nella promozione di un dialogo internazionale sul controllo degli armamenti, contribuendo così, concretamente e progressivamente, alla costruzione di un nuovo ordine internazionale più stabile e pacifico.
Non valga l’alibi dell’unanimità, che sappiamo poter essere superato in virtù del principio della cooperazione rafforzata presente nel Trattato di Lisbona. I leader europei, responsabili di fronte ai propri cittadini ma anche al mondo intero, non possono ritardare un’iniziativa in questo senso.
Raul Caruso è professore ordinario in Politica Economica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore dove tiene gli insegnamenti di Politica economica ed Economia della pace.
* Questo articolo è apparso originariamente su Avvenire del 10 marzo 2026.