editoriale | 01 aprile 2026

Dove va a finire il voto. L’Italia dopo il referendum

Dove va a finire il voto. L’Italia dopo il referendum

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Damiano Palano

 

«La sovranità emana dal popolo, ma non si sa dove vada a finire», diceva la battuta di Werner Fink ai tempi della Repubblica di Weimar. Il 22 e 23 marzo gli elettori italiani hanno votato, bocciando la modifica della Costituzione approvata dal Parlamento. Depositando la scheda dell’urna, i cittadini hanno esercitato il loro potere ‘sovrano’ e si sono espressi con una certa chiarezza. E dunque, almeno in questo caso, è risultato chiaro dove sia andata finire quella sovranità che «appartiene al popolo», come recita la Costituzione. È invece tutt’altro che scontato l’interpretazione che di quel voto daranno le forze politiche e come reagiranno nei prossimi mesi.

Secondo l’analisi condotta dall’Istituto Cattaneo, il referendum ha finito per essere interpretato dagli elettori prevalentemente secondo la logica della contrapposizione tra maggioranza e opposizioni. Più che il contenuto tecnico della riforma, avrebbero dunque pesato due fattori: le differenze nei livelli di partecipazione tra gli elettorati dei diversi schieramenti e la limitata presenza di voto divergente, cioè di elettori disposti a discostarsi dalle indicazioni dei propri leader politici.

Le stime elaborate su trenta città medio-grandi indicano che gli elettori dei partiti di opposizione hanno partecipato al voto in misura particolarmente elevata, mentre tra gli elettori del centrodestra si è registrato un tasso di astensione compreso tra il 12 e il 15 per cento. Un livello di defezione che, sottolineano i ricercatori, non appare necessariamente anomalo rispetto ad altre consultazioni referendarie. Combinato con la forte mobilitazione delle opposizioni, questo livello di astensione ha però contribuito a orientare il risultato finale. In termini controfattuali, se la partecipazione dell’elettorato favorevole alla riforma fosse stata pari a quella registrata tra gli elettori contrari, il fronte del Sì avrebbe potuto ottenere alcuni punti percentuali aggiuntivi.

Un elemento altrettanto significativo riguarda la compattezza del comportamento elettorale. Sia tra gli elettori del centrodestra sia tra quelli del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle, il voto ha seguito in modo piuttosto fedele le indicazioni prevalenti nei rispettivi campi politici. Il fenomeno del voto divergente è rimasto limitato, con una parziale eccezione nelle città del Mezzogiorno, dove una quota non trascurabile di elettori ha mostrato maggiore autonomia rispetto alle indicazioni dei propri schieramenti, suggerendo un comportamento meno rigidamente ideologico.

Un quadro ancora più preciso delle dinamiche che hanno portato alla vittoria del No emerge dall’analisi dei flussi elettorali realizzata dall’Osservatorio politico nazionale di Ixè. I dati confermano innanzitutto una polarizzazione molto marcata, che ha trasformato la consultazione in una scelta fortemente identitaria. Tra gli elettori che si collocano a sinistra, oltre il 91 per cento si è espresso contro la riforma, una percentuale che resta molto elevata anche tra gli elettori di centro-sinistra, dove il No raggiunge quasi il 90 per cento. All’estremo opposto, tra gli elettori di destra e centro-destra il sostegno alla riforma è stato nettamente maggioritario, con percentuali di voto favorevole che superano l’88 per cento e arrivano fino al 93,8 per cento tra gli elettori collocati più chiaramente nell’area della destra. In una posizione più intermedia si colloca l’elettorato di centro, che ha mostrato un comportamento più diviso, con una maggioranza relativa orientata verso il SI ma con una presenza non trascurabile di voti contrari.

Accanto alla polarizzazione ideologica, l’altro elemento di particolare rilievo riguarda la distribuzione del voto per età, che evidenzia una frattura generazionale molto netta. Tra gli elettori più giovani, e in particolare nella fascia compresa tra i 18 e i 24 anni, il voto contrario ha raggiunto livelli particolarmente elevati, attestandosi attorno al 74 per cento, un dato che rappresenta uno dei valori più alti registrati tra tutte le classi d’età. Anche tra i giovani adulti, tra i 25 e i 34 anni, la prevalenza del No rimane significativa, superando il 60 per cento, mentre nelle classi di età intermedie il divario tra Sì e No tende progressivamente a ridursi. Il sostegno alla riforma cresce invece tra gli elettori più maturi, raggiungendo il livello massimo nella fascia tra i 55 e i 64 anni, dove il Sì supera il 56 per cento, per poi tornare a ridursi tra gli elettori più anziani. Questo andamento conferma che la componente giovanile non solo ha partecipato in modo significativo alla consultazione, ma ha contribuito in misura decisiva alla formazione della maggioranza contraria alla riforma, configurandosi come uno degli attori più rilevanti nella dinamica complessiva del voto.

Un ulteriore livello di lettura emerge dal dossier post-voto elaborato da YouTrend, che consente di cogliere con maggiore precisione la geografia territoriale e politica del referendum. In particolare, il No ha ottenuto risultati molto consistenti nelle grandi aree urbane, mentre il Sì ha mostrato una maggiore forza nei centri di dimensioni minori e in molte aree della Pianura Padana, confermando una frattura territoriale tra città e aree periferiche che richiama dinamiche già osservate in altre consultazioni degli ultimi anni. Inoltre, il vantaggio del No è stato particolarmente marcato nelle grandi città, come nel caso di Roma, Napoli e Palermo. Questo elemento appare coerente con la maggiore concentrazione di elettorati giovani, istruiti e politicamente attivi nei contesti metropolitani, e rafforza l’ipotesi che il voto urbano abbia avuto un ruolo determinante nel determinare l’esito complessivo della consultazione.

In sostanza, dunque, l’esito del referendum è da imputare alla diversa intensità di partecipazione di un elettorato polarizzato e sostanzialmente diviso in due grandi bacini, e, in particolare, alla maggiore mobilitazione delle fasce più giovani e dell’elettorato urbano. Meno semplice è spiegare la maggiore intensità partecipativa degli elettori di centro-sinistra. In questo caso, le giustificazioni alle scelte di voto indicate dai campioni di intervistati hanno chiamato in causa, oltre al giudizio negativo sulla riforma e sulla stessa modifica della Costituzione, a contribuire alla diversa intensità della partecipazione è stata l’opinione – esplicita o implicita – sul governo, al quale una percentuale non residuale di chi ha votato NO intendeva inviare un messaggio (il 31%, secondo YouTrend).

È molto probabile che la sconfitta del governo sul referendum sia destinata a segnare l’inizio del percorso che – breve o lungo che sia – ci porterà alle elezioni politiche. Il governo Meloni, come si dice in questi casi, ha da tempo smarrito la propria «forza propulsiva», ma è da escludersi che si possa assistere a un cambio della guardia al vertice, analogo a quello che si ebbe dopo il referendum del 2016. Ciò nondimeno, molto difficilmente il governo ritroverà infatti la compattezza e l’energia necessarie per avviare una nuova fase prima della scadenza naturale della legislatura. L’unico obiettivo, a questo punto, potrebbe diventare la modifica della legge elettorale.

Sarebbe in ogni caso piuttosto ingenuo attendersi che la vittoria del NO possa in qualche modo anticipare l’esito delle prossime elezioni politiche. In occasione delle elezioni politiche, l’intensità della partecipazione tornerà a essere paragonabile fra i due campi di elettorali, riequilibrando dunque la situazione. Inoltre, l’area di destra appare piuttosto stabilmente coesa e, a dispetto della marcata dialettica interna, la leadership di Meloni è ancora più forte all’interno dello schieramento. Le cose sono molto diverse per l’area, molto più eterogenea, che va da Italia Viva ad AVS: un’area all’interno della quale l’immagine tante volte evocata del «campo largo» ancora deve tradursi in trattative vere e proprie; in cui non esiste al momento non solo un programma comune, ma nemmeno una piattaforma genericamente condivisa; e in cui, va da sé, la ricerca del leader di una coalizione che ancora non c’è rischia addirittura di disarticolare quel precario equilibrio che oggi si è creato.

Quello che ci attende è dunque una campagna elettorale senza esclusione di colpi, di cui però conosciamo finora solo in parte i contendenti e non ancora le regole. Questa volta forse sappiamo dove è finita la sovranità che, con il proprio voto, il popolo ha esercitato bocciando la modifica della Costituzione. Ma solo i prossimi mesi ci potranno dire in quale direzione quel voto ci spingerà.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e di Aseri

Data

01 aprile 2026

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