Damiano Palano
Quando nel Principe Machiavelli scrisse che l’Italia del Quattrocento «era in uno certo modo bilanciata», si riferiva al principio della «bilancia del potere», che aveva a lungo regolato le relazioni fra gli Stati della Penisola. L’idea che l’equilibrio rappresenti il modo migliore per preservare la pace era probabilmente già stata formulata nel mondo greco. Fu però Bernardo Rucellai, nella Firenze di Lorenzo il Magnifico, a enunciare per la prima volta in modo esplicito la regola in virtù della quale ogni governante dovrebbe principalmente puntare a conservare l’equilibrio nel sistema internazionale: una situazione, cioè, in cui nessuno Stato è tanto potente da imporsi su tutti gli altri. Come se l’arena internazionale fosse una bilancia, gli attori devono dunque distribuire la loro potenza – le loro risorse militari, ma anche quelle economiche, tecnologiche, demografiche, ecc. – su uno dei due piatti, in modo tale che le forze in campo siano più o meno in equilibrio.
Dall’Italia del Quattrocento, il principio giunse, per il tramite della Ragion di Stato, alla dottrina ottocentesca dello Stato-potenza, diventando non solo una bussola per la guida della politica estera, ma anche un criterio di interpretazione storica. Hegel lo inglobò nella propria filosofia della storia. E la storiografia di Leopold von Ranke lo tradusse in una vera e propria dottrina, secondo cui il compito primario di ogni Stato è estendere la propria potenza, ma anche neutralizzare, mediante alleanze, il rischio che qualche rivale diventi molto più forte e dunque minaccioso.
All’indomani della Seconda guerra mondiale, un epigono della scuola di Ranke, Ludwig Dehio, si trovò a riflettere, come molti suoi contemporanei, sulle radici della catastrofe che aveva lasciato la Germania in macerie. Il risultato dello sforzo fu Equilibrio o egemonia. Un problema fondamentale della storia politica moderna, un libro apparso originariamente nel 1948, che la casa editrice Morcelliana pubblicò nel 1954 con una presentazione di Mario Bendiscioli, grande conoscitore del mondo culturale tedesco. Nel volume, che oggi viene riproposto ai lettori italiani con una preziosa introduzione di Angelo Panebianco (Scholé, pp. 283, euro 26.00), Dehio delineava lo «schizzo» di circa cinquecento anni di storia, per mostrare come la logica dell’equilibrio avesse impedito che un aspirante egemone tramutasse il Vecchio continente in un impero. Lo storico tedesco era ben consapevole di come nel pensiero di Ranke fossero visibili i «germi del male» che avevano condotto alla «deificazione dello Stato». Tuttavia, riteneva che il metodo del maestro consentisse ancora di «penetrare il reale meccanismo della politica».
Secondo lo «schizzo» di Dehio, la storia del sistema europeo degli Stati cominciò nel 1494, quando il re di Francia, Carlo VIII, scese in Italia con un esercito enorme, per gli standard del tempo. Da quel momento gli Stati italiani persero di fatto la loro autonomia, perché troppo piccoli per controbilanciare la potenza di un regno già tanto vasto. Iniziò allora la lotta per la conquista dell’egemonia europea. In una prima fase, furono contrastate le aspirazioni dell’imperatore Carlo V e, successivamente, di Filippo II di Spagna: nel primo caso dalla Francia (alleata con l’Impero Ottomano) e nel secondo dall’Inghilterra e dalle Province Unite Olandesi. Poi fu la volta della Francia di Luigi XIV, il cui sogno di realizzare una “monarchia universale” si infranse contro la barriera eretta da Inghilterra e Russia, che un secolo dopo arrestarono anche l’espansione della Francia rivoluzionaria e di Napoleone. Infine, furono gli obiettivi egemonici della Germania a essere sconfitti, nella Prima e nella Seconda guerra mondiale, da alleanze composite, che inclusero anche gli Stati Uniti.
Dehio non voleva però offrire solo l’interpretazione di una storia ciclica, destinata a ripercorrere sempre le medesime sequenze. Il suo obiettivo era piuttosto mostrare come la Germania, rimasta in fondo prigioniera dello schema fornito da Ranke, non fosse stata in grado di cogliere una tendenza dalla portata epocale. Il vero motivo che consentì agli Stati europei di sventare i progetti egemonici non fu solo la logica dell’equilibrio, ma soprattutto l’inclusione nella politica europea delle «potenze marginali», collocate a Ovest e Est. Per un verso, le potenze marittime occidentali: l’Inghilterra e, nel Novecento, gli Stati Uniti; per l’altro, l’Impero ottomano e soprattutto la Russia (poi l’Unione sovietica). In altre parole, Dehio sottolineava come il Vecchio continente fosse riuscito a conservare la libertà degli Stati sovrani solo coinvolgendo delle potenze esterne, che divennero in questo modo potenze mondiali. La Germania non aveva compreso che il sistema degli Stati stava diventando globale e che il suo centro non poteva più essere l’Europa. Come era accaduto per il sistema degli Stati italiani con la discesa di Carlo VIII, la Seconda guerra mondiale segnò l’epilogo per il sistema del Vecchio continente.
Nel concludere la propria cavalcata attraverso i secoli, Dehio non formulava previsioni, ma non nascondeva di riconoscere nella storia dell’umanità una tensione verso l’unificazione del globo. La lezione di Dehio rimane però importante soprattutto per un altro motivo. L’aggressione della Russia all’Ucraina non ha solo riportato la guerra nel Vecchio continente, ma ha anche riabilitato la vecchia Realpolitik e persino la più banalizzata retorica della politica di potenza. Un corollario di questo modo di vedere la politica internazionale è quello di concepire il mondo come un’arena immutabile, e non come un teatro in costante trasformazione, per l’interazione di fattori economici, culturali e tecnologici. Così come Dehio riconosceva nella politica tedesca l’errore fatale di non aver riconosciuto che il mondo si stava ‘allargando’, dovremmo infatti prendere atto che il mondo di oggi non è quello di Ranke né quello del Novecento. Per «penetrare il reale meccanismo della politica», oggi è dunque necessario confrontarsi con un sistema di cui l’Occidente non è più l’unico attore. E forse neppure quello decisivo.
Damiano Palano è Direttore di Polidemos e Aseri
Questa recensione è già apparsa il 29 dicembre 2025 su "Il Giornale di Brescia"