Redazione
Cosa accomuna Carlo Martello, le Crociate, la Reconquista spagnola e la caduta di Costantinopoli a un attentato contro una moschea nella California del XXI secolo? In apparenza, nulla. Eppure, secondo la lettura proposta da Ibrahim Al-Marashi in un articolo apparso su The Conversation, proprio queste immagini del passato europeo costituiscono oggi uno degli arsenali simbolici più attivi dell'estrema destra suprematista internazionale. Al-Marashi, storico e politologo, professore alla California State University San Marcos, conosce la vicenda con una prossimità che raramente si riscontra nella letteratura accademica sul tema: il 24 aprile 2026, poche settimane prima della strage, aveva tenuto una lezione pubblica proprio all'Islamic Center di San Diego, avvertendo esplicitamente la comunità del rischio crescente di attacchi violenti contro quella stessa sede. La sua analisi non è quindi soltanto quella di uno studioso del radicalismo: è anche quella di un testimone. L'attacco del 18 maggio 2026 – in cui due assalitori, un diciassettenne e un diciottenne, hanno aperto il fuoco nell'Islamic Center of San Diego uccidendo tre adulti, indossando insegne delle SS naziste e con le parole "race war" incise sulle armi – non rappresenta soltanto un episodio di fanatismo anti-islamico, ma l'ennesima manifestazione di una genealogia ideologica in cui la storia viene reinterpretata, semplificata e trasformata in strumento di mobilitazione politica e di legittimazione della violenza. Il caso, come si tenterà di mostrare, solleva una questione che va ben oltre la dinamica specifica della radicalizzazione online: chiama in causa il modo in cui le democrazie contemporanee gestiscono – o non gestiscono – il rapporto tra memoria collettiva, identità politica e conflitto civile.
I due attentatori, identificati dalle autorità come Caleb Vazquez e Cain Clark, adolescenti che si sarebbero conosciuti online, hanno lasciato un documento di 75 pagine intriso di ideologia neonazista, cultura incel e meme razzisti provenienti dagli angoli più oscuri di internet. Nelle loro scritture i due esprimono ammirazione per il responsabile della strage di Christchurch del 2019 e altri mass shooter, mentre alcune iconografie mostrate corrispondono a quelle utilizzate da altri attentatori che gli esperti hanno definito "nichilisti violenti estremi". Nei documenti emergono riferimenti alla retorica della "sostituzione etnica", alla superiorità razziale bianca e a una narrazione della storia occidentale come ininterrotta difesa contro invasori musulmani e nemici della civiltà europea. Ciò che colpisce non è soltanto la brutalità dell'atto, ma la coerenza interna dell'universo simbolico che lo ha preceduto e preparato.
L'aspetto più significativo – e più inquietante – evidenziato da Al-Marashi è però di ordine strutturale: gli estremisti contemporanei non si limitano a diffondere slogan razzisti o antislamici. Essi costruiscono una vera e propria cosmologia storica, una mitologia politica capace di conferire senso, legittimità e persino eroismo all'azione violenta. Non si tratta di ignoranza della storia, ma di un suo uso deliberato e sistematico: una forma di strumentalizzazione che affonda le radici nelle elaborazioni del nazionalismo etnico ottocentesco, ma che nell'ambiente digitale ha trovato vettori di diffusione inediti per velocità e capillarità.
Nel loro immaginario, la storia dell'Europa si configura come una lunga guerra di civiltà a carattere essenzialmente difensivo. La battaglia di Tours del 732, in cui Carlo Martello fermò un esercito musulmano, diventa il simbolo originario di quella resistenza. Le Crociate vengono reinterpretate non come un fenomeno storico complesso, internamente contraddittorio e ampiamente ridiscusso dalla medievistica contemporanea, ma come il paradigma eterno dello scontro tra Cristianità e Islam. La Reconquista spagnola viene celebrata come modello di "riconquista identitaria", mentre l'assedio di Vienna del 1683 assume i contorni di un momento fondativo della sopravvivenza europea. Ciascuno di questi episodi, decontestualizzato e assolutizzato, viene inserito in una catena narrativa lineare che trasforma la storia in destino.
Questa rilettura selettiva del passato non è casuale né innocente: essa produce una precisa rappresentazione del presente. Se la storia è stata per secoli una lotta permanente contro l'invasore musulmano, allora l'immigrazione contemporanea può essere reinterpretata come la prosecuzione della medesima minaccia sotto altre forme. Se l'Europa medievale sarebbe stata assediata dagli Ottomani, oggi l'Occidente sarebbe minacciato dalla globalizzazione, dal multiculturalismo, dalle migrazioni e da presunte élite cosmopolite accusate di favorire una "grande sostituzione". Il salto dall'evento storico alla diagnosi politica del presente avviene attraverso un'analogia puramente assertiva, priva di mediazione critica, ma tanto più efficace quanto più si presenta come ovvia.
La teoria della Great Replacement – la "grande sostituzione" – costituisce oggi uno dei pilastri ideologici dell'estrema destra globale. Secondo questa narrativa di impianto cospirazionista, le popolazioni europee bianche sarebbero intenzionalmente sostituite da immigrati musulmani o extraeuropei, attraverso politiche migratorie promosse da élite progressiste o globaliste. Una costruzione priva di fondamento empirico, ma straordinariamente efficace nella produzione di paura, risentimento e mobilitazione identitaria. Il suo successo non si spiega soltanto con la crisi sociale o con la marginalizzazione economica di alcune fasce della popolazione: si spiega anche con la sua capacità di offrire una narrazione coerente, storicamente colorata e moralmente carica, in cui ciascun individuo può riconoscersi come erede di una civiltà minacciata e al tempo stesso come potenziale difensore.
Il punto decisivo è che questa narrazione non rimane confinata negli spazi marginali del web radicale. Essa circola attraverso un ecosistema transnazionale fatto di forum, piattaforme digitali, meme, video, podcast e comunità online, in cui il confine tra ironia, provocazione e radicalizzazione effettiva diventa sempre più difficile da tracciare. La storia europea viene tradotta in linguaggio visuale: cavalieri templari, croci rosse, statue greco-romane, simboli runici, immagini medievali e slogan pseudo-storici costituiscono gli elementi di una cultura politica digitale capace di connettere adolescenti radicalizzati in continenti diversi, al di là di qualsiasi organizzazione formale.
L'attentato di San Diego si inserisce con precisione in questa genealogia. I manifesti degli attentatori prevedevano esplicitamente che la loro azione avrebbe ispirato una nuova "crociata", e i due si definivano "figli" dell'attentatore di Christchurch. Gli investigatori hanno rilevato l'influenza esercitata dagli attentati del marzo 2019, quando il terrorista australiano Brenton Tarrant uccise 51 fedeli musulmani in due moschee di Christchurch, trasmettendo l'attacco in diretta streaming su Facebook. Il manifesto di Tarrant, significativamente intitolato The Great Replacement, era saturo di riferimenti storici europei: dalle battaglie contro l'Impero ottomano ai miti della purezza etnica. Tarrant, a sua volta, si era esplicitamente ispirato al massacro compiuto da Anders Breivik in Norvegia nel 2011. Si delinea così una catena imitativa transnazionale in cui ogni attentato funge simultaneamente da commemorazione del precedente e da anticipazione del successivo: una forma di terrorismo seriale in cui la dimensione simbolica e la costruzione di una memoria alternativa sono parte integrante della strategia.
È opportuno, tuttavia, non cadere in una semplificazione simmetrica. L'uso politico della storia non è una prerogativa esclusiva dell'estrema destra: tutti gli attori politici selezionano episodi del passato per costruire identità collettive, legittimare istituzioni e orientare il futuro. Le nazioni moderne sono nate precisamente attraverso racconti condivisi sulle proprie origini. La differenza, nel caso dell'estremismo suprematista, non è di genere ma di funzione: il passato non serve soltanto a creare appartenenza, ma a giustificare la violenza. La narrazione storica non è qui un elemento accessorio dell'ideologia, ma la sua struttura portante.
Emerge così una questione più ampia, di ordine propriamente politico. La storia non è mai soltanto un insieme di fatti accertati: è sempre anche un repertorio simbolico conteso. Chi controlla la narrazione del passato influenza profondamente il modo in cui una società interpreta il presente e legittima o esclude determinate azioni. Se la storia viene sistematicamente raccontata come conflitto inevitabile tra civiltà incompatibili, allora il pluralismo appare debolezza strutturale, il compromesso tradimento e la convivenza una menzogna imposta dall'alto. In questo senso, la battaglia per l'interpretazione della storia medievale e moderna non è un'esercitazione accademica: è una posta in gioco politica reale.
L'elemento forse più insidioso è che questa radicalizzazione si produce spesso attraverso forme culturali apparentemente leggere. Meme ironici, video dal tono ludico, riferimenti videoludici, umorismo nero: la violenza viene normalizzata dentro una grammatica culturale che rende difficile distinguere tra scherzo, provocazione e adesione ideologica effettiva. Il documento di 75 pagine lasciato dagli attentatori di San Diego illustra una generale misantropia e un'immersione negli ecosistemi nichilisti violenti online, in cui l'estremismo assume i codici dell'intrattenimento e la soglia tra rappresentazione e azione si assottiglia progressivamente.
Il caso di San Diego suggerisce dunque una lezione di portata più generale. La radicalizzazione contemporanea non si alimenta soltanto di marginalità sociale o disagio psicologico: fattori reali, ma insufficienti a spiegare la specificità del fenomeno. Si nutre anche di immaginari storici, miti identitari e memorie selettive che danno forma, coerenza e senso morale all'impulso alla violenza. La testimonianza di Al-Marashi è in questo senso emblematica: uno studioso che aveva pubblicamente avvertito del rischio, che conosceva il luogo e la comunità, e che si è trovato a constatare l'avverarsi di quanto temeva. Non basta quindi monitorare le piattaforme digitali o reprimere l'incitamento all'odio, per quanto necessarie siano entrambe le cose. Occorre interrogarsi più in profondità sul modo in cui il passato viene insegnato, raccontato e politicizzato: nelle scuole, nei media, nell'industria culturale e nell'arena pubblica.
La storia europea, lungi dall'essere una materia scolastica neutra, continua a essere un terreno di contesa politica. Quando il passato viene trasformato in un'arma, smette di aiutare a comprendere il mondo e comincia a fornire le giustificazioni per incendiarlo.