Editoriale | 30 giugno 2026

Cosa resta del 4 luglio?

Cosa resta del 4 luglio?

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Damiano Palano

 

Nel settembre 1984, in piena campagna per la rielezione, Ronald Reagan tentò di associare la propria immagine a quella di Bruce Springsteen, il cui album Born in the U.S.A. dominava le classifiche da mesi. In un comizio ad Hammonton, nel New Jersey, riprendendo un equivoco innescato pochi giorni prima dal columnist conservatore George Will su un quotidiano nazionale, il presidente repubblicano dichiarò che il futuro dell’America riposava sul «messaggio di speranza» delle canzoni del cantautore. Non citò il titolo del brano, ma lasciò intendere che fra lui e Springsteen ci fosse una certa affinità politica e valoriale. L’equivoco – clamoroso, ma in parte ancora oggi ricorrente – nasceva da un ascolto superficiale: il ritornello marziale e il titolo sembravano un manifesto di orgoglio nazionale, mentre il testo, strofa dopo strofa, raccontava la storia di un veterano del Vietnam rispedito a casa senza lavoro, senza riconoscimento, senza un paese che lo fosse davvero disposto a riaccoglierlo. Springsteen rispose a modo suo pochi giorni dopo, durante un concerto a Pittsburgh, introducendo con tono ironico un altro brano sulla working class e rivendicando una propria idea del «sogno americano», del tutto alternativa a quella reaganiana. Senza schierarsi apertamente, lasciò così intendere che le proprie simpatie non andavano a Reagan: un primo, embrionale gesto di esposizione politica che anticipava gli endorsement espliciti degli anni successivi.

Quarant’anni dopo, la canzone del Boss rimane d’altronde la metafora più efficace della distanza fra retorica patriottica e disagio reale, una critica radicale espressa apparentemente nella forma di una celebrazione. È infatti difficile non pensare a questa stessa tensione guardando al modo in cui si sta costruendo il «Semiquincentenario» – il nome ufficiale della celebrazione dei 250 anni dalla dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, gestita dalla commissione federale America250. Le premesse sono quelle di un evento gigantesco: mesi di programmazione diffusa in tutti i cinquanta stati, la più grande parata navale della storia moderna nel porto di New York, uno show pirotecnico imponente, un conto alla rovescia iniziato fin dal 2023 con l’anniversario del Boston Tea Party. Ma la cronaca politica di questi mesi racconta anche un’altra storia: quella di una celebrazione che rischia di trasformarsi in cassa di risonanza della retorica di parte, in un clima di polarizzazione che già a marzo aveva portato al licenziamento della direttrice della commissione organizzatrice per una vicenda di post non autorizzati, e che ha visto il discorso inaugurale del presidente trasformarsi, secondo questa stessa fonte, in un comizio elettorale più che in un momento di unità nazionale. Il parallelo con il Bicentenario del 1976 – celebrazione che, pur nata da una commissione poi sciolta per sospetti di strumentalizzazione nixoniana, riuscì comunque a innescare un’autentica riflessione collettiva sulle origini e sulle colpe della nazione, a partire dalla schiavitù – non gioca, almeno per ora, a favore del 2026.

Nell’America di Trump, divisa e polarizzata, il clima non è d’altronde l’ideale per un dibattito meditato sulla storia nazionale. Il Pew Research Center, nella sua Spring 2026 Global Attitudes Survey (19.715 interviste in 16 paesi ad alto reddito, condotte fra il 9 febbraio e il 6 maggio), registra che il 69% degli adulti statunitensi si dichiara insoddisfatto del funzionamento della propria democrazia – una quota fra le più alte rilevate, superiore a quella di Italia (62%), Israele (63%) o Spagna (68%), e paragonabile solo alla Francia (69%) e inferiore solo alla Grecia (77%). La mediana dei 16 paesi si ferma al 54%: gli Stati Uniti, dunque, non solo non fanno eccezione al malessere democratico diffuso nelle democrazie ricche, ma ne costituiscono uno dei casi più acuti.

Il dato si scompone poi lungo una frattura partigiana di proporzioni quasi inedite: l’86% dei democratici si dichiara insoddisfatto, contro il 51% dei repubblicani – trentacinque punti di differenza che segnalano quanto il giudizio sulla "salute" della democrazia sia oggi, negli Stati Uniti, funzione dell’appartenenza politica più che di una valutazione condivisa delle istituzioni. E la dinamica temporale aggiunge un ulteriore elemento: rispetto al 2025, la soddisfazione americana è scesa dal 37% al 30%, calo che Pew attribuisce soprattutto ai repubblicani (dal 60% al 48% di satisfied), mentre tra i democratici la soddisfazione – già bassissima – resta stabile. Infine, un dato che vale la pena isolare per la sua portata simbolica: il 68% degli americani, trasversalmente ai due partiti, ritiene che la propria democrazia fosse un buon esempio per il mondo, ma pensa che non lo sia più stata negli anni recenti.

Un’analisi del medesimo fenomeno è stata proposta da un saggio pubblicato su «Foreign Affairs» (gennaio-febbraio 2026) di Steven Levitsky, Lucan A. Way e Daniel Ziblatt, intitolato The Price of American Authoritarianism. Secondo gli autori, i regimi autoritari competitivi erano già emersi nel primo decennio del XXI secolo nel Venezuela di Hugo Chávez, nella Turchia di Erdogan, nell’Ungheria di Orbán e nell’India di Modi, e gli Stati Uniti sotto Trump avrebbero seguito un percorso simile nel 2025, con una svolta autoritaria più rapida e più estesa di quella osservata nel primo anno di quei regimi. I tre politologi insistono però su un punto: il fatto che gli Stati Uniti abbiano superato la soglia dell’autoritarismo competitivo non significa che il declino democratico abbia raggiunto un punto di non ritorno. L’offensiva autoritaria di Trump, per quanto inequivocabile, resta cioè reversibile.

Il concetto di competitive authoritarianism, elaborato da Levitsky e Way in sede teorica ben prima dell’attuale congiuntura, descrive regimi che mantengono formalmente le istituzioni della democrazia liberale (una costituzione vigente, elezioni periodiche, opposizione legale), ma in cui l’abuso sistematico del potere da parte dell’esecutivo altera in modo strutturale il terreno di gioco a sfavore degli avversari. In altre parole si tratta di un sistema che, «da lontano, se si strizzano un po’ gli occhi, sembra una democrazia», come ha osservato lo stesso Levitsky, ma in cui l’abuso di potere sistematico inclina il campo di gioco contro l’opposizione, ossia il medesimo modello già osservato in Venezuela, Turchia ed El Salvador.

Il saggio su «Foreign Affairs» individua tre fattori che, a giudizio degli autori, rendono il caso americano diverso dai precedenti storici e ne motivano la natura reversibile. Il primo è la persistenza di canali di contestazione. Innanzitutto, restano aperti molteplici canali, a partire dalle elezioni di novembre 2026, attraverso cui le forze di opposizione possono contestare e potenzialmente sconfiggere un governo sempre più autoritario. In secondo luogo, gli autoritarismi elettorali si consolidano con più facilità quando godono di un ampio sostegno popolare: Chávez, Bukele, Fujimori, Putin avevano tutti superato l’80% di approvazione nel momento in cui avevano imposto il loro governo autoritario, mentre i leader meno popolari, come Yoon Suk-yeol in Corea del Sud o Bolsonaro in Brasile, tendono a fallire. Il gradimento di Trump rimane fermo a livelli ben più bassi, e questa impopolarità costituirebbe dunque un freno strutturale al consolidamento. Il terzo riguarda lo scenario di medio periodo: se il Partito Repubblicano dovesse mantenere il controllo di tutti i principali rami di governo dopo il 2026, le prospettive di radicamento del regime aumenterebbero, ma anche svolte autoritarie nette si sono dimostrate reversibili, come mostrano i casi di Argentina, Cile, India e Thailandia. L’esito più probabile nel medio periodo non sembrerebbe essere dunque né un autoritarismo radicato, né un ritorno a una democrazia stabile, ma piuttosto un’instabilità di regime, segnata da una lotta prolungata fra impulsi autoritari e solidarietà democratica.

Gli autori chiudono il saggio con un monito metodologico che vale la pena riportare per intero nella sua funzione, perché orienta il modo in cui chi studia questi fenomeni dovrebbe leggerli: invertire la rotta della deriva autoritaria statunitense richiederà ai difensori della democrazia di riconoscere i due rischi gemelli della compiacenza e del fatalismo; da un lato, sottovalutare la minaccia alla democrazia – ritenere che il comportamento dell’amministrazione Trump sia semplicemente politica ordinaria – favorisce l’autoritarismo incoraggiando l’inazione di fronte all’abuso sistematico di potere; dall’altro, sovrastimare l’impatto dell’autoritarismo – ritenere che il paese abbia raggiunto un punto di non ritorno – scoraggia le azioni civiche necessarie a sconfiggere gli autocrati alle urne.

A prescindere dal valore che si intenda assegnare allerilevazioni quantitative del Pew Center o alla diagnosi di Levitsky, Way e Ziblatt, questi dati restituiscono comunque la fotografia di un paese in cui il giudizio sulla qualità della democrazia si è marcatamente deteriorato proprio quando, in occasione dei 250 anni dal 4 luglio 1776, si dovrebbe celebrare la coesione nazionale. E il rischio è allora che gli effetti del Semiquincentenario assomiglino alla fine proprio a quelli di Born in the U.S.A. Una canzone che, ascoltata distrattamente, sembra l’inno di un’orgogliosa celebrazione dei valori americani, mentre ascoltata con attenzione – strofa per strofa, o meglio, sondaggio per sondaggio e indicatore comparato per indicatore comparato – racconta tutt’altro: l’American Dream in frantumi, un paese polarizzato e una strisciante sfiducia verso la democrazia.

 

Damiano Palano è Direttore di Polidemos e Aseri

Data

30 giugno 2026

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