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Cile, la battaglia delle tre destre

Cile, la battaglia delle tre destre

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Cristóbal Bellolio

 

Tre candidati dichiaratamente di destra hanno gareggiato domenica 16 novembre nel primo turno delle elezioni presidenziali cilene. Il vincitore di questa sorta di primaria è stato José Antonio Kast, che ha ottenuto il 23,9% delle preferenze. Il candidato del Partido Republicano affronterà al ballottaggio la candidata ufficialista [vicina al governo in carica e al presidente uscente Boric] Jeannette Jara, che pur avendo raggiunto la prima maggioranza relativa con il 26,9%, è rimasta molto al di sotto delle aspettative. Per vincere, a Kast basterebbe conquistare i voti dei due candidati di destra rimasti fuori dal ballottaggio: quelli ottenuti da Johannes Kaiser – arrivato quarto con il 13,9% – e quelli di Evelyn Matthei – favorita all’inizio del ciclo elettorale e giunta infine quinta con il 12,5%. Insieme superano il 50%, anche senza considerare Franco Parisi, la sorpresa dell’elezione con il 19,7%, le cui coordinate ideologiche, al di là della sua affermazione di campagna secondo cui il Cile «non è né fascio né comunaccio», sono più difficili da definire.

Quando è che il Cile ha virato così nettamente verso destra? Come siamo arrivati fin qui? Che cosa rappresentano queste tre destre? Somigliano alle loro controparti latinoamericane e globali? Che cosa possiamo aspettarci per il futuro?

La destra cilena conquistò la presidenza in modo democratico solo vent’anni dopo che il dittatore Augusto Pinochet l’aveva lasciata, in seguito al plebiscito del 1988. Vi riuscì nel 2010 con Sebastián Piñera. Il suo primo governo fu moderato e servì a sdrammatizzare l’alternanza al potere. Il suo secondo mandato fu segnato dal turbolento «estallido social», che mise in discussione la stabilità della convivenza politica, e Piñera dovette accettare un processo costituente per riscrivere le regole del gioco. Il suo principale merito fu sopravvivere sia alla sinistra che chiedeva la sua testa, sia alla destra che esigeva i militari in strada. Piñera prese tempo e garantì la continuità democratica. Più tardi, il massiccio e tempestivo processo di vaccinazione per uscire dalla pandemia gli valse il riconoscimento sia dei detrattori sia dei sostenitori. La sua tragica morte nel febbraio 2024 contribuì infine ad accrescere la sua statura.

Per questo si dava per scontato che la sua erede naturale, Evelyn Matthei, sarebbe stata la prossima presidente del Cile. Nel settembre 2024 The Economist la consacrava come la donna che avrebbe guidato la contro-rivoluzione dopo anni di utopismo giovanile. Matthei è una politica esperta: è stata deputata, senatrice e sindaca, oltre che ministra del Lavoro nel governo Piñera. Investita per acclamazione dai tre partiti della destra mainstream – Renovación Nacional (RN), Unión Demócrata Independiente (UDI) ed Evópoli – Matthei si mise ad attendere lo scorrere del tempo, dilapidando il suo vantaggio. Come in altre parti del mondo, anche la destra convenzionale cilena è crollata di fronte al sorgere di alternative più radicali. Alcuni hanno cercato di spiegare il fenomeno facendo riferimento alla convergenza programmatica tra centrodestra e centrosinistra, che avrebbe lasciato due poli orfani e risentiti. In questo modo, mentre tutto sembrava indicare che la nuova destra cilena sarebbe stata più liberale di quella dei padri pinochetisti, l’avanzare dell’agenda progressista fece rimbalzare l’elastico con forza.

Il Cile non è stato un’eccezione nel backlash culturale osservato su scala globale. Le nuove generazioni non vorrebbero la «destra codarda», come venne definito dispregiativamente il piñerismo, bensì la «destra senza complessi», quella che va dritta contro il wokismo e il politicamente corretto. C’è un’ironia in tutto questo: mentre i cileni rimpiangono l’efficienza di Piñera, allo stesso tempo rinnegano la sua filosofia pragmatica e consensualista, preferendo alternative più radicali e dogmatiche.

José Antonio Kast non è mai stato sedotto dal progetto piñerista di modernizzare la destra, troppo morbido sul piano politico e troppo relativista su quello morale. Stanco delle transazioni dottrinarie e delle continue rinunce generazionali, Kast lasciò l’UDI – il suo partito di sempre – e costruì una sua piattaforma politica, il Partido Republicano, per assaltare il potere dal fianco destro. Ci provò per la prima volta nel 2017, sfidando lo stesso Piñera e ottenendo l’8%. Tornò alla carica nel 2021, stavolta con maggior fortuna: ottenne il 28% al primo turno, ma fu poi sconfitto nettamente da Gabriel Boric al ballottaggio. Allora si disse che il conservatorismo di Kast aveva rappresentato un ostinato «tetto di vetro» elettorale. Sette donne giovani su dieci votarono per Boric, o contro Kast, considerandolo come un potenziale arretramento in materia di diritti e agenda di genere.

Poi avvenne un paradosso: Kast si oppose con fermezza al processo costituente aperto dalla classe politica per incanalare l’energia dello «estallido social» del 2019. Tuttavia, dopo il clamoroso fallimento della Convenzione costituzionale guidata da un variegato gruppo di sinistra, un secondo processo – più ristretto e controllato – finì nelle mani di Kast e del suo Partito Repubblicano, che grazie a un’inedita maggioranza poterono redigere un testo a loro totale misura.

Il contro-senso è evidente: Kast non aveva mai voluto una nuova Costituzione, ma i suoi si ritrovarono a scriverla. Nel farlo, copiarono la strategia conflittuale del primo processo costituente. Invece di cercare accordi con la minoranza di sinistra, inserirono disposizioni interpretate come più autoritarie, neoliberali e conservatrici della stessa Costituzione ereditata da Pinochet. Per esempio, irrigidirono la norma che vieta l’aborto, provocando nuovamente la resistenza delle donne. Nel plebiscito finale del 2023, i cileni respinsero di nuovo la proposta costituzionale.

Alla luce di questi eventi, Kast ha modificato la propria strategia in vista delle presidenziali del 2025. Che si tratti di un adattamento al processo di secolarizzazione culturale della società cilena o della consapevolezza che questa sia l’unica via per ridurre la resistenza dei moderati, Kast ha rinunciato alla cosiddetta «battaglia culturale» – dall’aborto al cambiamento climatico – e si è concentrato su sicurezza ed economia. Avendo solo quattro anni di governo, insiste che il suo sarà un «governo d’emergenza», dedicato a ripristinare ordine pubblico e crescita. Il Kast del 2025 appare dunque meno radicale di quello del 2021: non minaccia più di chiudere il ministero della Donna e non parla di «dittatura gay». Anzi, il suo programma si concentra sulla gestione pubblica e si avvicina persino a quello di Matthei.

Gli studiosi che analizzano il fenomeno Kast oscillano fra due prospettive. La prima sostiene che Kast e i suoi repubblicani presentino – con diversa intensità – i tre elementi individuati da Cas Mudde nella «destra populista radicale» europea: autoritarismo, nazionalismo e populismo, inteso come visione che divide la società tra un popolo virtuoso e un’élite corrotta. La seconda, seguendo Ernesto Laclau, conclude che Kast non sia populista perché non idealizza la volontà popolare né critica la precarizzazione creata dal neoliberismo. Per questi studiosi, Kast rappresenta la destra tradizionale, radicalizzata dagli spostamenti del centrodestra, ma in sostanza fedele ai soliti valori conservatori: vino vecchio in otri nuovi.

Entrambe le posizioni concordano sul fatto che Kast manchi della teatralità discorsiva e del carisma travolgente tipici di altri leader populisti dell’area, come Donald Trump, Javier Milei o Jair Bolsonaro. Kast è formale, sobrio, istituzionale e disciplinato, lontano dal paradigma populista socioculturale, che fa leva sulla sfrontatezza e sulla connessione con le «cattive maniere» del popolo.

Uno degli elementi che ha «normalizzato» Kast e lo ha fatto apparire meno radicale è stata l’irruzione di Johannes Kaiser. Youtuber senza carriera, diventato deputato e fondatore del nascente Partido Nacional Libertario (PNL), Johannes è fratello di Axel Kaiser, influente polemista cileno vicino a Javier Milei. Sebbene inizialmente si pensasse che il candidato presidenziale della famiglia dovesse essere Axel, il destino ha voluto che fosse Johannes, più politico e meno intellettuale. Entrambi condividono un furioso disprezzo per la sinistra e tutto ciò che odori di progressismo, «marxismo culturale» e «globalismo», secondo le coordinate retoriche tipiche della nuova destra americana. La vena provocatoria di Johannes Kaiser gli costò l’espulsione dal Partito Repubblicano di Kast, quando emersero i commenti in cui ironizzava sulla possibilità di revocare il diritto di voto alle donne.

Quando Kaiser ha annunciato la sua candidatura, molti hanno pensato a una tattica per negoziare un seggio al Senato. Non è stato così: è cresciuto fino a diventare una minaccia per Kast. Quest’ultimo, con l’obiettivo di conquistare uno standing presidenziale, ha ridotto notevolmente la componente polemica della propria comunicazione, e così ha concesso al giovane outsider ampio spazio nella battaglia culturale. Kaiser si è così appropriato della fascia più rumorosa ed energica della destra: nostalgici della dittatura, nemici delle Nazioni Unite, troll del deep web, antivaccinisti e crociati della civiltà cristiana occidentale.

Il Kaiser del 2025 è il Kast del 2021. Il suo programma è un mastodontico manifesto dottrinario che dice di difendere la «verità». Ma Kaiser è andato oltre: i primi dibattiti mostrarono un candidato sicuro, capace di difendere con una certa eloquenza tutte le sue trasgressioni. In una prima tornata elettorale dominata dal tema della sicurezza e dell’immigrazione illegale, Kaiser ha promesso la mano dura più spietata. Negli ultimi giorni, i sondaggi hanno mostrato Kaiser in crescita a discapito di Kast. Anche se alla fine il repubblicano gli ha inflitto dieci punti di distacco, Kaiser è arrivato per restare.

Il compito dell’ufficialismo di centro-sinistra è quasi impossibile. Il problema di Jeannette Jara non è la sua militanza comunista: è il fatto di rappresentare un governo impopolare, e la grande maggioranza dei cileni non vuole continuità. Per di più, Kast ha ricevuto l’appoggio esplicito di Kaiser e di Matthei la stessa notte delle elezioni. A differenza di Milei in Argentina, Kast non coopterà figure marginali, ma inviterà formalmente gli altri partiti della destra cilena a formare un governo congiunto.

Sebbene l’entourage di Kast sia stato accusato di pratiche digitali scorrette – ad esempio, un esercito di bot legati ai repubblicani ha diffuso la voce che Matthei soffrisse di Alzheimer – il candidato ha evitato lo scontro fratricida. Annusando il cavallo vincente, numerosi esponenti della destra tradizionale sono da mesi confluiti nelle sue fila. Da parte sua, Kast insisterà nel presentare il suo progetto come tutt’altro che radicale – benché partecipi stabilmente alle conferenze globali della Conservative Political Action Conference (CPAC) assieme a Viktor Orbán, Donald Trump, Nayib Bukele e Santiago Abascal. Ripeterà che si tratta, in fondo, di recuperare i principi di Jaime Guzmán, mitico martire e padre fondatore dell’UDI negli anni Ottanta. Consapevole della necessità di controllare il Congresso e gestire la frammentazione delle destre, distribuirà incarichi e ministeri in proporzione ai seggi.

I critici sospettano che il famoso «governo d’emergenza», incentrato su economia e sicurezza, non sia un progetto credibile. Temono che una vittoria ampia al secondo turno – uno scenario del tutto plausibile – possa incoraggiare il settore più duro, che interpreterà il risultato come un mandato per «andare fino in fondo», battaglia culturale inclusa. Altri temono che un «governo d’emergenza» equivalga a uno stato d’eccezione permanente, che autorizzi il presidente a limitare abusivamente le libertà personali e porti il Cile su una traiettoria di erosione democratica. Ma sarà il tempo a dirlo.

 

Cristóbal Bellolio è professore di Filosofia politica all’Università Adolfo Ibanez. Questo articolo è stato pubblicato in spagnolo sulla rivista “Nueva Sociedad”

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