articolo | 10 giugno 2026

Che fine ha fatto il Board of Peace?

Che fine ha fatto il Board of Peace?

Condividi su:

 

Enrico Bianchi

 

«Nei tempi che viviamo si va consolidando una cultura della potenza, nella quale la disponibilità di mezzi e la capacità di dominare tendono a dettare l’agenda e i criteri della decisione, relegando il bene comune dell’umanità sullo sfondo e riducendo il dramma concreto dei popoli in guerra a variabile secondaria rispetto agli interessi strategici». Le parole di papa Leone XIV nella sua prima enciclica Magnifica Humanitas (n. 188) suonano come una diagnosi precisa del momento che l’ordine internazionale sta da tempo attraversando, e sembrano adattarsi perfettamente ad una vicenda su cui a inizio anno si sono accesi i riflettori ma che oggi, a distanza di pochi mesi, sembra già essersi arenata: quella del Board of Peace fondato dal presidente americano Donald J. Trump.

Nel settembre 2025 l’amministrazione statunitense aveva proposto il suo piano in venti punti per porre fine al rovinoso conflitto nella Striscia di Gaza iniziato dopo l'attentato di Hamas del 7 ottobre. Tra le altre cose, la roadmap proposta da Trump prevedeva l'istituzione di un nuovo organismo internazionale denominato Board of Peace (BoP) che, una volta consolidato un cessate-il-fuoco tra le parti, avrebbe dovuto supervisionare un governo tecnico palestinese e soprattutto coordinare i finanziamenti e i programmi per la ricostruzione del territorio devastato della Striscia. Il 17 novembre 2025 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, con la Risoluzione 2803, ha accolto favorevolmente il piano, avallando così anche l'istituzione del Board come organo di amministrazione transitoria per Gaza.         
Nel gennaio 2026, ottenuta una forma di cessate-il-fuoco nella Striscia, l’amministrazione Trump dichiara dunque aperta la seconda fase del piano e invita oltre cinquanta paesi ad entrare a far parte del BoP. La risposta della comunità internazionale, tuttavia, è tutt'altro che entusiasta. Meno di venti paesi accettano di entrare a far parte a pieno titolo del nuovo organismo internazionale, prevalentemente dal Medio Oriente, dall'Asia e dall'America Latina. Macroscopica è l’assenza dei principali alleati europei degli Stati Uniti: nazioni come Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Norvegia rifiutano infatti l’invito, esprimendo forti riserve legate tanto al proprio ordinamento interno (è il caso dell’Italia, che parteciperà però come “osservatore” alla prima, e finora unica, riunione del BoP tenutasi a Washington in febbraio) quanto alla postura internazionale (la Francia, in particolare, eccepisce fin da subito il rischio che il BoP si ponga in contrapposizione con le Nazioni Unite negandone i princìpi e le prerogative). Un invito è stato recapitato anche alla Santa Sede, che tuttavia ha declinato ritenendo l’iniziativa incompatibile con la propria peculiare soggettività politica internazionale.
Il 22 gennaio 2026, a margine del World Economic Forum di Davos, Trump presiede dunque la cerimonia di firma dello Statuto istitutivo. Subito dopo, Jared Kushner, suo genero, consigliere e membro dell'Executive Board del BoP, presenta un progetto di ricostruzione per Gaza che prevede grattacieli di lusso sul lungomare, zone di turismo balneare, nuove città e aree industriali per attrarre investimenti miliardari: «we have a masterplan», dichiara trionfalmente Kushner, «and there is no Plan B».       Nonostante l’enfasi sulla vicenda israelopalestinese, lo Statuto del BoP non menziona Gaza e la sua ricostruzione, ponendosi così al di là del perimetro della risoluzione con cui il Consiglio di Sicurezza ne aveva approvato la creazione. Il BoP, infatti, sembra piuttosto volersi proporre come nuovo forum multilaterale di risoluzione dei conflitti, in aperta polemica con gli strumenti esistenti: nel preambolo si legge che «durable peace requires pragmatic judgment, common-sense solutions, and the courage to depart from approaches and institutions that have too often failed».

Scorrendo le previsioni dello Statuto, salta subito all’occhio una governance del tutto peculiare. L’intera organizzazione è strutturata attorno alla figura del Chairman, identificato espressamente nella persona di Donald Trump nella doppia veste di leader del BoP (apparentemente a vita) e Presidente degli Stati Uniti. Il Chairman detiene il potere di fissare l'agenda, creare e sciogliere qualsiasi organo interno, scegliere il proprio successore e ratificare ogni decisione, con un potere di veto di fatto universale. La membership del Board è riservata agli Stati invitati direttamente dal Chairman, che la può revocare a discrezione; per ottenere una membership permanente, peraltro, lo Statuto prevede che occorra versare più di un miliardo di dollari. È istituito anche un Executive Board per coadiuvare il Chairman e da lui nominato: nella sua composizione iniziale esso include, tra gli altri, il Segretario di Stato USA Marco Rubio, l'inviato speciale Steve Witkoff e gli uomini d’affari Martin Edelman e Marc Rowan.

Il BoP vorrebbe dunque ampliare l’orizzonte oltre l’intervento a Gaza, fondando l’estensione delle proprie ambizioni su un atto d’accusa alle Nazioni Unite esplicitato dallo stesso Trump, il quale ha suggerito che il Board potrebbe «rimpiazzare» o in qualche modo commissariare l’ONU. Il Segretario Generale Guterres ha replicato ribadendo che «nessun altro organismo o coalizione ad hoc può legalmente richiedere a tutti gli Stati membri di conformarsi alle sue decisioni in materia di pace e sicurezza», unendosi a un esteso coro di critiche e preoccupazioni espresse non solo a livello politico e diplomatico, specialmente in Europa, ma anche dalla dottrina internazionalistica. L’inedita concentrazione di poteri nella persona del Chairman appare uno dei punti più critici del nuovo organismo, la cui qualificazione come “organizzazione internazionale” è stata per questo contestata in quanto mancherebbe il requisito della volonté distincte, ossia la capacità di esprimere una volontà autonoma e distinta da quella singola dei suoi membri o, in questo caso, addirittura da quella della persona che ne ricopre la carica di vertice in modo sostanzialmente monocratico. A queste preoccupazioni si aggiunge un versante di critica che si concentra sulla natura semi-privatistica dell’organizzazione e sulla logica transazionale che sembra ispirarla, a cominciare dall’esoso contributo richiesto per la membership. L'Executive Board, inoltre, risulta composto da soggetti nominati senza alcun prerequisito istituzionale, in larga parte figure con legami personali o d'affari con Trump e con vasti interessi nella finanza globale. Lo Statuto non prevede peraltro meccanismi di auditing né regole sui conflitti di interesse o la trasparenza.

Oltre alle criticità di ordine generale, fin dall’annuncio della sua costituzione il BoP ha ricevuto critiche severe per l'assenza totale di una rappresentanza palestinese, mentre Israele è coinvolto a pieno titolo. Il piano di Kushner per una «New Gaza» è stato denunciato come un progetto irrealistico, ideato con investitori esteri escludendo gli attori locali e senza considerare i concreti bisogni della popolazione della Striscia. Il Patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, ha esplicitamente definito «colonialista» l’iniziativa, il cui approccio top-down sembra peraltro ignorare totalmente le lezioni apprese nei decenni scorsi sul fallimento dei modelli di governance post-conflict imposti dall’esterno. È proprio sulle coste di Gaza che, tuttavia, sembra essersi arenato il BoP. Il cessate-il-fuoco rimane estremamente precario, e non si sono mai create le condizioni per l’avvio di qualsivoglia opera di ricostruzione; il comitato palestinese tecnocratico che dovrebbe amministrare il territorio sotto la supervisione del Board rimane stanziato in Egitto, e non è nemmeno mai entrato nella Striscia. Recenti inchieste giornalistiche hanno sostenuto che nel fondo creato dal BoP presso la Banca Mondiale non sarebbe stato effettuato alcun versamento da parte degli Stati membri, mentre somme di denaro sarebbero state depositate nel conto privato aperto presso JP Morgan, esente, tuttavia, da ogni vincolo di trasparenza. Le priorità di politica estera dell’amministrazione Trump si sono intanto orientate verso altri scenari, con la guerra contro l’Iran che, tra l’altro, ha messo in discussione i rapporti di Washington proprio con quegli Stati del Golfo che avrebbero dovuto essere tra i principali contributori del BoP. Totalmente assente, d’altronde, è qualsiasi iniziativa o presa di posizione su questa o su altre crisi in atto da parte di un’organizzazione che, al di là gli annunci, sembra non essere mai davvero nata.

Tralasciandone gli aspetti paradossali e l’evidente natura velleitaria, la vicenda del Board of Peace può essere vista come uno specchio che riflette le tensioni profonde dell'ordine internazionale contemporaneo e alcune possibili direzioni di evoluzione.

Una prima lettura, più pessimistica, può interpretare il Board of Peace come un tentativo consapevole e aggressivo di costruire un ordine alternativo a quello liberale ormai in conclamata crisi, sfruttandone alcuni strumenti (le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, i trattati internazionali, il concetto stesso di multilateralismo) per legittimare strutture che in realtà ne svuotano il contenuto, rendendo le istituzioni della società internazionale  delle piattaforme transazionali da usare quando conviene e da bypassare quando non conviene. In questo schema, forza militare ed economica si intrecciano indistricabilmente, in una commistione di interessi privati e politiche pubbliche che rischia di estromettere chi non ha carte da giocare né sull’uno né sull’altro tavolo. Il BoP potrebbe dunque non essere una stranezza passeggera, bensì un prototipo, per quanto iperbolico, di ordine postliberale in cui la logica transazionale e la politica di potenza sostituiscono l’architettura normativa e ridisegnano gli obiettivi minimi di coesistenza, cooperazione e responsabilità tra Stati, attori privati e individui.

Una seconda lettura, più cauta, si può concentrare sull’apparente fallimento del BoP, le cui ambizioni sono rimaste per lo più sulla carta. Tale esito – che è comunque ancora provvisorio – appare frutto, in larga parte, delle debolezze interne allo stesso progetto e soprattutto dell'erraticità della politica estera di Trump, demiurgo dell’intera operazione dai cui mutevoli umori e repentini cambi di priorità essa si trova a dipendere. L'ordine liberale internazionale, in questa vicenda, sembra aver dato segni di resilienza: i paesi europei hanno resistito collettivamente e fatto valere le proprie perplessità in difesa dei princìpi sanciti dalla Carta ONU, i formati multilaterali esistenti continuano, seppur faticosamente, a cercare di operare, e il BoP non sembra avere la forza né tantomeno la legittimità per tentare un vero assalto ai fondamenti del sistema. Questa resilienza appare tuttavia fragile, difensiva e incapace di trasformarsi in proposta. Il risultato è uno scenario ambiguo e inquieto: non l’ascesa di un nuovo modello di multilateralismo, ma neanche il riscatto dell'ordine liberale. Ciò che abbiamo davanti assomiglia forse di più ad una fase liminale in cui le vecchie regole vengono contestate e non si dimostrano più efficaci ma le possibili alternative non si sono davvero ancora coagulate e stabilizzate, complice la politica estera di un ex egemone divenuto potenza revisionista umorale, imprevedibile e dai limitati (e confusi) orizzonti. D’altra parte, nei Quaderni dal carcere Antonio Gramsci scriveva proprio che «la crisi consiste […] nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere; in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati» (Q. 3. § 34).         
Il Board of Peace può essere letto, al contempo, come un sintomo e un controverso tentativo di terapia della crisi dell’ordine internazionale liberale, uno stato patologico di cui appaiono ormai sicura la diagnosi, dibattute le cause e incerta la prognosi. Che quest’ultima sia o meno infausta dipenderà (anche) dalla responsabilità individuale di ciascuno, come il pontefice ha voluto ricordare nella Magnifica Humanitas scrivendo che «non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà […]. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza […] oppure custodire la logica della pace […].» (n. 212).

 

Enrico Bianchi è dottorando presso la Scuola di Dottorato in "Istituzioni e Politiche" dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

Data

10 giugno 2026

Condividi su:

Newsletter

Iscriviti alla newsletter