articolo | 29 gennaio 2026

Bulgaria: l’instabilità cronica del sistema politico

Bulgaria: l’instabilità cronica del sistema politico

Condividi su:

 

Stefano Contini

 

Nel cuore di Sofia, il boulevard Tsar Osvoboditel scorre come un tappeto dorato: lastricato di mattoni gialli posati tra il 1907 e il 1909, rappresenta secondo la tradizione il “dono di nozze” dell’Impero Austro-Ungarico per il matrimonio dello zar Ferdinando I di Bulgaria con la principessa Maria Luisa di Borbone-Parma; questa simbolica arteria della capitale bulgara ospita le istituzioni più significative della città. Procedendo da est, il percorso conduce dall’università alla sede storica del Parlamento, oggi riservata principalmente alle cerimonie ufficiali; poco oltre, si raggiunge il palazzo dell’Assemblea Nazionale (Narodno Sabranie), situato in piazza Indipendenza, affiancato dagli edifici del Consiglio dei ministri e della Presidenza della Repubblica.

È proprio lungo questa strada che, a fine novembre, i cittadini della capitale hanno intrapreso le manifestazioni più imponenti in territorio bulgaro dalla fine del periodo comunista nel 1989. Al grido di “Dimissioni!” (Ostavka!), il 20 novembre si è riunita una folla che si è progressivamente arricchita di nuovi manifestanti nelle settimane successive, con altre decine di migliaia di persone. Stime basate su immagini raccolte dai droni riportano circa 100.000 manifestanti il 1° dicembre a Sofia e altrettanti a livello nazionale il 10 dicembre, vigilia delle dimissioni del governo.

I contestatori hanno eretto a simbolo della protesta la statua di un grande suino-salvadanaio, posto davanti al Parlamento per rappresentare la corruzione del sistema politico bulgaro; mentre i turisti si fotografavano davanti al maiale di polistirolo, lo slogan Don’t feed the pig è diventato in breve tempo virale sui social per denunciare la situazione e chiedere la fine dello spreco di denaro pubblico.

A fare le spese di queste imponenti manifestazioni è stato il governo conservatore di centro-destra (composto da una coalizione di partiti eterogenei, tra cui socialisti e populisti), guidato da Rosen Zhelyazkov del partito GERB (Grazhdani za Evropeysko Razvitie na Balgariya, Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria): dall’inizio del mandato nel gennaio 2025, in meno di un anno ha dovuto affrontare sei mozioni di sfiducia e ne avrebbe affrontata un’altra l’11 dicembre se non avesse rassegnato le dimissioni, non riuscendo a resistere alla pressione esercitata dalla popolazione. Inoltre, il Presidente della Bulgaria Rumen Radev ha chiesto espressamente a Zhelyazkov di dimettersi e di scegliere tra la voce del popolo e la paura della mafia, invitando le istituzioni ad ascoltare le piazze.

I piani di bilancio presentati dal governo per il 2026 prevedevano aumenti dei contributi previdenziali e delle tasse al fine di supportare l’aumento della spesa pubblica ed hanno alimentato il dissenso, inizialmente tra gli aderenti ai partiti riformisti di opposizione Prodalzhavame Promyanata (Continuiamo il Cambiamento, centrismo liberale ed europeismo) e Demokratichna Balgariya (Bulgaria Democratica, partito del centro-destra liberale ed europeista), che hanno denunciato la manovra come un freno agli investimenti. Il nervo scoperto del sistema politico bulgaro, in realtà, è la corruzione. Come visto in precedenza, l’apparato è percepito come corrotto, clientelare e inefficiente, in particolare dalla Generazione Z. Tra le figure più controverse nel panorama politico bulgaro figura l’oligarca Delyan Peevski, già sanzionato da Gran Bretagna e Stati Uniti tramite congelamento dei beni, divieti di viaggio e isolamento finanziario per coinvolgimento in corruzione, abuso di potere e manipolazione elettorale, divenuto oggetto di attacchi dei manifestanti. Leader del partito centrista DPS - Dvizhenieto za prava i svobodi (Movimento per i diritti e le libertà) e del relativo gruppo parlamentare, Peevski è ritenuto capace di influenzare nomine giudiziarie e decisioni governative, pur non ricoprendo ruoli esecutivi formali.

Fronteggiando una simile crisi politica, la Bulgaria, con una popolazione di 6,5 milioni di abitanti, il 1° gennaio 2026 è diventato il ventunesimo Paese ad aver adottato l’euro come moneta ufficiale (in sostituzione del lev, valuta nazionale dal 1880); i sondaggi hanno riportato una popolazione spaccata, con una leggera prevalenza favorevole alla moneta unica europea. La principale preoccupazione dei sostenitori del lev bulgaro (tra cui il partito ultranazionalista e filorusso Vazrazhdane, Rinascita) risiede nel timore che gli operatori economici possano attuare significativi rialzi dei prezzi al dettaglio, sfruttando la fase di transizione valutaria in un contesto già caratterizzato da un tasso d’inflazione del 3,7%.

In questa delicata situazione, il partito GERB di Boyko Borisov, ex primo ministro e figura dominante della politica bulgara dell’ultimo ventennio, anch’egli bersaglio delle proteste di piazza, sfrutterà le proprie risorse politiche per ripresentarsi. La compagine politica dovrà portare il fardello delle dimissioni dovute alle proteste contro la corruzione avvenute anche nel 2013 e nel 2020-2021. Nel frattempo, non è da escludere un’entrata nella politica dei partiti da parte del Presidente della Bulgaria Rumen Radev, eletto con l’appoggio del partito socialista nel 2016.

Rimane incertezza sulla stabilità dell’assetto istituzionale nel breve periodo e sono in molti a ritenere che dalle nuove elezioni previste in primavera (si tratterà dell’ottava tornata elettorale dal 2021, con un’affluenza media del 40%) uscirà un Parlamento frammentato tanto quanto frammentati furono quelli precedenti: attualmente si contano nove formazioni politiche, tra cui alcune che potremmo definire “micro-partiti”.

Il boulevard Tsar Osvoboditel (zar liberatore), menzionato all’inizio, è intitolato allo zar Alessandro II di Russia il quale, con la guerra russo-turca del 1877, liberò la Bulgaria dall’Impero ottomano dopo quasi mezzo millennio. I manifestanti del 2025 sono consapevoli di aver protestato su una strada intitolata a un liberatore, al fine di ottenere la liberazione dalla corruzione. Tuttavia, sono anche a conoscenza di un dettaglio non trascurabile, noto a tutti i sofioti: i mattoni gialli, quando sono umidi, diventano estremamente insidiosi.

 

Stefano Contini è dottorando in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore; si occupa di storia bulgara e tra novembre e dicembre ha svolto attività di ricerca a Sofia.

Data

29 gennaio 2026

Condividi su:

Newsletter

Iscriviti alla newsletter