Beatrice Nicolini
Lo stretto di Bab el-Mandeb, letteralmente "la porta delle lacrime" in arabo, attraversa oggi una delle sue fasi più turbolente dalla fine della Guerra Fredda. Con una larghezza minima di appena ventinove chilometri tra la punta meridionale dello Yemen e le coste di Gibuti ed Eritrea, questo corridoio concentra ogni anno una quota stimata tra il 12 e il 15 per cento del commercio marittimo mondiale, oltre al 10 per cento del petrolio trasportato via mare.
L'8 giugno 2026, gli Houthi yemeniti, il movimento armato noto anche come Ansarallah, sostenuto dall'Iran e in controllo della capitale Sana'a e di gran parte dello Yemen occidentale, hanno dichiarato l'interdizione totale della navigazione israeliana nel Mar Rosso, segnando una nuova escalation dopo mesi di tregua relativa.
La cronologia degli ultimi mesi è densa di segnali di allarme. Dopo il cessate il fuoco a Gaza del 19 gennaio 2025, gli Houthi avevano sospeso le operazioni contro il naviglio commerciale, subordinando questa pausa alla tenuta dell'accordo. Tuttavia, già nel febbraio 2026 il gruppo aveva annunciato la ripresa degli attacchi contro navi statunitensi e israeliane, invocando il sostegno all'Iran e la solidarietà con la causa palestinese. Il 28 marzo 2026, attacchi missilistici contro Israele segnavano il rilancio operativo del movimento, spingendo la missione navale europea Aspides a diramare un avviso di "massima cautela" per tutte le unità commerciali in transito nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Oggi, con la dichiarazione di blocco navale totale contro Israele, il cerchio si chiude: lo stretto è nuovamente al centro di una crisi che non può essere letta come meramente locale.
Sul piano strategico, la campagna Houthi si è rivelata efficace in modo sproporzionato rispetto alle capacità militari del gruppo. Tra il 2023 e il 2025, le perturbazioni hanno causato una riduzione del 42 per cento dei transiti nel Canale di Suez e del 67 per cento dei traffici settimanali di navi portacontainer, con rotte deviate intorno al Capo di Buona Speranza che hanno aggiunto fino a un milione di dollari di carburante per singolo viaggio. Le compagnie di assicurazione marittima hanno esteso i premi di guerra all'intero Mar Rosso meridionale.
Questi effetti sistemici, prodotti da droni e missili a basso costo contro un'infrastruttura di circolazione globale, pongono una domanda teorica profonda: come è possibile che un attore non statale, periferico nel sistema internazionale, riesca a paralizzare arterie commerciali che alimentano economie di tre continenti? La risposta non risiede solo nella tattica militare, ma nella geografia.
Un contributo teorico di particolare rilevanza per leggere questi eventi è offerto da un articolo appena pubblicato sul «Journal of North African Studies» da Jessica Kate Simonds e Charles Duncan Pearson (2026), intitolato Reconceptualising the Red Sea Neighbourhood: Bab-el-Mandeb, Maritime Space, and Regional Boundaries. Il saggio propone un cambio di paradigma: anziché trattare il Mar Rosso come uno spazio di confine tra regioni precostituite, il Medio Oriente da un lato, l'Africa dall'altro, gli autori lo reinterpretano come uno spazio geopolitico interregionale, costituito attraverso la mobilità, le infrastrutture e la governance della circolazione.
Il punto di partenza è la critica al cosiddetto territorial trap, concetto coniato dal geografo politico John Agnew per descrivere la tendenza delle Relazioni Internazionali a trattare il potere statale come esercitato primariamente su spazio terrestre fisso. Le teorie dominanti, inclusa la Regional Security Complex Theory di Buzan e Wæver, definiscono le regioni come contenitori territorialmente chiusi, dove le dinamiche di sicurezza si concentrano tra stati geograficamente contigui.
In questa mappa concettuale, il Mar Rosso appare come una linea di separazione tra il "complesso di sicurezza" mediorientale e quello africano: uno spazio vuoto da attraversare, non un luogo dove la politica accade.
Simonds e Pearson rovesciano questa logica distinguendo tre concetti spaziali fondamentali. Il confine è la logica che separa "dentro" e "fuori" e che spinge le analisi tradizionali a posizionare Bab el-Mandeb come bordo periferico di una regione. Il corridoio è la configurazione che organizza il movimento, rotte di navigazione, sistemi portuali, infrastrutture logistiche, pratiche di sorveglianza, e che rende la circolazione possibile e politicamente investibile. Il chokepoint è il nodo di costrizione all'interno del corridoio, dove i flussi vengono compressi in opzioni ristrette: è qui che si produce leverage per chi controlla l'accesso e vulnerabilità per chi dipende dal transito ininterrotto.
Questa triplice distinzione suggerisce che il potere nello spazio marittimo non si esercita attraverso l'occupazione di territorio, bensì attraverso la capacità di governare il movimento.
Applicata al caso Houthi, questa lettura, o meglio, rilettura, illumina ciò che le categorie tradizionali oscurano. Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali, gli attacchi contro il naviglio commerciale sono strumenti di guerra asimmetrica e segnalazione strategica, funzionali agli interessi iraniani nella competizione regionale. Questa analisi è corretta, ma parziale: tratta il dominio marittimo come un teatro secondario sul quale "straborda" un conflitto fondamentalmente terrestre.
La geografia politica, al contrario, mette in primo piano l'infrastruttura spaziale dello stretto: Bab el-Mandeb non è adiacente al fronte yemenita, è il corridoio che comprime in pochi chilometri l'intero volume del commercio tra Europa e Asia. Proprio questa compressione trasforma attacchi a basso costo in eventi geopolitici di portata globale, convertendo un gruppo armato locale in un attore capace di perturbazione interregionale.
Vi è inoltre una dimensione concettuale più profonda, che Simonds e Pearson derivano dalla geografia marittima: la nozione di wet ontologies elaborata da Steinberg e Peters. Il mare non è uno spazio vuoto che separa le terre: è un ambiente materiale e politico strutturato da diritto, tecnologia, infrastruttura e potere. La sicurezza vi è prodotta attraverso la presenza navale, il controllo portuale, la sorveglianza e la regolazione del movimento, non attraverso l'enclosure territoriale.
Le dichiarazioni Houthi del giugno 2026, con il loro blocco navale unilateralmente proclamato contro Israele, sono esattamente un tentativo di esercitare sovranità su uno spazio liquido attraverso la minaccia di interrompere la circolazione: una sovranità che non si fonda sul controllo di un territorio fisso, ma sulla capacità di rendere pericoloso il passaggio.
Questo quadro teorico ha implicazioni che vanno oltre il caso yemenita. Il Mar Rosso produce ciò che gli autori chiamano uno spatial bind, un vincolo spaziale, che lega in un unico campo operativo il Golfo Arabico, la Valle del Nilo e il Corno d'Africa. Le esportazioni energetiche del Golfo, il commercio via Suez, le dinamiche di sicurezza nella regione somala si intersecano in un corridoio marittimo condiviso, generando interdipendenze che non possono essere ridotte a relazioni bilaterali o intraregionali.
La crisi attuale lo conferma: i paesi europei riorientano le forniture energetiche, le assicurazioni marittime globali ricalcolano i premi, l'Etiopia sente le conseguenze attraverso i suoi corridoi di accesso al mare, e la Cina monitora le perturbazioni sulle sue rotte di approvvigionamento. Nessuno di questi attori è "regionale" nel senso tradizionale del termine; tutti sono vincolati dalla stessa geometria del corridoio.
La lezione più profonda di Simonds e Pearson è allora questa: le regioni non preesistono ai corridoi che le collegano, sono prodotte attraverso di essi. Bab el-Mandeb non è il confine tra il Medio Oriente e l'Africa: è il nodo attraverso cui questi spazi vengono continuamente ricostituiti come interdipendenti.
Finché le analisi geopolitiche continueranno a privilegiare la logica del contenitore territoriale sull'analisi della circolazione, rimarranno miopi di fronte alla forma più efficace di potere nel mondo contemporaneo: quella di chi sa dove stringere il corridoio.
Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.