articolo | 19 maggio 2026

All’Eurovision non si votano solo le canzoni

All’Eurovision non si votano solo le canzoni

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Redazione

 

Per molto tempo l'Eurovision Song Contest è stato considerato poco più di un fenomeno kitsch: una celebrazione della leggerezza pop, della spettacolarizzazione televisiva e di un'estetica talvolta deliberatamente eccentrica. Per molti osservatori – soprattutto nei paesi dell'Europa continentale – il festival ha rappresentato un rituale annuale da guardare con ironico distacco, una sorta di teatro dell'eccesso in cui le ambizioni artistiche sembravano subordinate al folklore nazionale, ai costumi sgargianti e alle inevitabili polemiche sui voti. Da almeno vent'anni, tuttavia, è sempre più difficile sostenere che l'Eurovision sia soltanto un concorso musicale. A dispetto della sua apparenza frivola, il festival è diventato un osservatorio privilegiato per comprendere le trasformazioni culturali e geopolitiche del continente europeo. L'edizione del 2026, svoltasi a Vienna in un clima segnato da boicottaggi, proteste e accuse di politicizzazione, ha reso questa dimensione ancora più evidente.

Più che un semplice festival musicale, l'Eurovision può essere interpretato come una sorta di cartografia emotiva dell'Europa geopolitica: un dispositivo simbolico attraverso cui diventano visibili simpatie, antagonismi, memorie storiche, prossimità culturali e fratture politiche che attraversano il continente. Naturalmente nessuno sceglie di assegnare dodici punti a un paese soltanto sulla base di alleanze diplomatiche o inimicizie strategiche. Ma proprio perché il voto si presenta formalmente come un giudizio estetico e culturale, esso finisce per rendere osservabili – in forma indiretta – dinamiche molto più profonde.

Già negli anni Novanta, con l'allargamento a Est del festival dopo la fine della Guerra fredda, l'Eurovision cessò di essere soltanto il riflesso dell'Europa occidentale post-bellica. L'ingresso dei paesi ex sovietici, dei Balcani e del Caucaso trasformò progressivamente il concorso in un'arena continentale nella quale vecchie memorie storiche e nuove identità geopolitiche si intrecciavano con la cultura pop globale. La geografia dei voti iniziò allora a mostrare schemi ricorrenti: la Scandinavia tendeva a premiarsi reciprocamente; i paesi balcanici sviluppavano forme di sostegno incrociato; lo spazio ex sovietico produceva solidarietà regionali persistenti; le diaspore influenzavano il voto popolare in modo significativo.

Questa impressione intuitiva è stata confermata da una letteratura scientifica ormai piuttosto ampia. Uno degli studi più citati è quello di Victor Ginsburgh e Abdul G. Noury, pubblicato nel 2008 sull'European Journal of Political Economy, che si poneva una domanda apparentemente semplice: il voto all'Eurovision è politico o culturale? La risposta proposta dai due studiosi era più sofisticata di quanto suggerisse il luogo comune secondo cui «i paesi amici si votano tra loro». Analizzando statisticamente decenni di risultati, Ginsburgh e Noury concludevano che il voto appare fortemente influenzato dalla vicinanza culturale, linguistica e geografica, più che da mere alleanze diplomatiche. Non si tratta dunque di una cospirazione politica dei governi, ma di qualcosa di più sottile: un insieme di affinità storiche, percezioni condivise e sensibilità collettive sedimentate nel tempo.

Altri studi hanno ulteriormente raffinato questa interpretazione. Un gruppo di ricercatori – tra cui Fenn, Suleman, Efstathiou e Johnson, in uno studio del 2006 sui pattern di rete dei voti eurovisionari, e successivamente Mantzaris, Rein e Hopkins in un'analisi delle collusioni e distorsioni di voto sull'intero arco del concorso dal 1957 – ha mostrato come l'Eurovision renda visibili veri e propri blocchi relazionali (voting blocs), ossia aggregazioni relativamente stabili di paesi che tendono a riconoscersi reciprocamente. Il Nord Europa, il Mediterraneo, i Balcani, il mondo baltico-slavo: ciò che emerge non è soltanto una geografia politica, ma una geografia emozionale del continente.

Particolarmente interessante è anche lo studio pubblicato da David García e Dorian Tanase, che introduce il cosiddetto coefficiente Friend-or-Foe: un indicatore pensato per misurare simpatia o distanza simbolica tra paesi europei sulla base dei pattern di voto del televoto eurovisionario, epurati della componente qualitativa delle performance. Secondo gli autori, il concorso finisce per riflettere affinità e distanze culturali con una precisione sorprendente, rendendo visibili tensioni e solidarietà che i tradizionali strumenti di indagine faticano a cogliere.

Naturalmente sarebbe ingenuo sostenere che l'Eurovision rappresenti una fotografia perfetta dell'Europa reale. Le canzoni contano, eccome. L'appeal scenico, la qualità musicale, la capacità performativa restano fattori determinanti. Ma ciò che rende il festival particolarmente interessante dal punto di vista politologico è il fatto che esso opera in una zona intermedia tra gusto individuale e immaginario collettivo. Il voto è formalmente libero, ma avviene entro cornici culturali e simboliche che orientano percezioni e preferenze.

Negli ultimi anni, però, il rapporto tra Eurovision e geopolitica è diventato molto più esplicito. La guerra in Ucraina ha segnato una svolta importante. L'esclusione della Russia dopo l'invasione del 2022 ha reso evidente ciò che in precedenza l'European Broadcasting Union cercava di negare: il festival non può realmente essere «apolitico». Quando gli equilibri internazionali si spezzano, anche il palcoscenico musicale ne viene inevitabilmente investito.

L'edizione del 2026, ospitata a Vienna, ha rappresentato probabilmente il punto più alto di questa tensione. Già nelle settimane precedenti alla finale, il festival era stato attraversato da un clima di forte conflittualità legato alla partecipazione di Israele nel contesto della guerra a Gaza. Cinque paesi – Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia – hanno deciso di boicottare formalmente la competizione, nel più grande ritiro coordinato dalla storia del concorso dal 1970, mentre in molte capitali si sono svolte manifestazioni di protesta. Le polemiche hanno investito direttamente l'EBU, accusata da una parte di politicizzare il concorso e dall'altra di fingere una neutralità ormai impossibile.

Il risultato finale ha in parte smentito le previsioni: la Bulgaria ha vinto sia il voto delle giurie sia il televoto – la prima volta dal 2017 che le due componenti convergevano sul medesimo vincitore – con un margine di 173 punti su Israele, risultato secondo in classifica; si è trattato del margine di vittoria più ampio nella storia del concorso. Questa convergenza tra giurie nazionali e pubblico ha almeno temporaneamente attenuato la frattura tra i due livelli di legittimità simbolica che aveva caratterizzato le edizioni precedenti. Nondimeno, la forte presenza di Israele nelle preferenze del pubblico, in un contesto di boicottaggio diplomatico e di proteste di piazza, ha mostrato come le «emozioni geopolitiche» delle società europee non coincidano necessariamente né con le prese di posizione dei governi né con le valutazioni dei broadcaster nazionali.

Da questo punto di vista, l'Eurovision sembra funzionare quasi come un gigantesco laboratorio di sociologia politica in tempo reale. Più che riflettere gli interessi degli Stati, il festival rende visibili le emozioni geopolitiche delle società europee: solidarietà culturali, paure, simpatie transnazionali, immaginari identitari. Le diaspore votano, i ricordi storici pesano, le affinità linguistiche riemergono, le polarizzazioni culturali attraversano le frontiere.

L'aspetto forse più sorprendente è che questo meccanismo agisce proprio attraverso un linguaggio apparentemente leggero. In un'epoca in cui i tradizionali spazi della sfera pubblica europea appaiono sempre più frammentati, l'Eurovision continua a costituire uno dei pochi rituali collettivi realmente continentali. Centinaia di milioni di spettatori partecipano simultaneamente a un'esperienza condivisa, discutendo, tifando, polemizzando, premiando o punendo simbolicamente paesi e rappresentazioni nazionali.

In questo senso, il festival non mostra soltanto l'Europa che esiste, ma anche quella che gli europei immaginano – o temono – di abitare. L'Eurovision non è una miniatura innocente della geopolitica europea: ne è una versione emotiva, spettacolarizzata e per certi versi persino più sincera. Là dove le diplomazie cercano formule prudenti e i governi occultano i conflitti dietro il linguaggio della cooperazione, milioni di spettatori continuano a esprimere preferenze che parlano di prossimità culturali, di memorie storiche e di appartenenze simboliche.

Forse proprio per questo il vecchio cliché secondo cui «all'Eurovision si vota la politica e non la musica» è insieme vero e falso. È falso se immagina un coordinamento strategico tra Stati. È sorprendentemente vero se si riconosce che la musica, in Europa, non è mai soltanto musica. Dietro una performance pop, un ritornello o una scenografia, emergono talvolta le linee invisibili lungo cui si organizza la sensibilità geopolitica del continente. E così, dietro l'apparente leggerezza del festival, continua ogni anno a prendere forma una mappa delle passioni europee: mutevole, contraddittoria, talvolta persino inquietante, ma proprio per questo straordinariamente rivelatrice.

 

Data

19 maggio 2026

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