Articolo | 15 luglio 2026

Africa: il paradosso del denaro contante

Africa: il paradosso del denaro contante

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Beatrice Nicolini

 

L’Africa possiede l’infrastruttura di pagamento digitale più avanzata del mondo in proporzione alla popolazione servita; eppure, il contante resta la moneta con cui si compra il cibo, si paga l’affitto, si salda un debito. Il continente concentra circa il 74% del volume globale delle transazioni in mobile money e nel 2024 ha movimentato oltre 1,1 trilioni di dollari attraverso più di un miliardo di conti (GSMA, State of the Industry Report on Mobile Money 2025). Nonostante questa scala impressionante, oltre il 90% del valore ricevuto in mobile money viene ritirato in contanti quasi subito, un comportamento che il recente rapporto di Affinity Africa, Mo Ibrahim Foundation e Yale International Leadership Center definisce la trappola del cash-in/cash-out. È il tema centrale del rapporto “The State of Cash Dependency and Digital Financial Inclusion in Africa”, pubblicato nel giugno 2026, che merita di essere raccontato perché tocca una questione che va ben oltre i pagamenti: la capacità del continente di costruire credito, fisco e sovranità economica.

La tesi del rapporto è semplice e proprio per questo convincente. Il problema non è tecnologico, perché la tecnologia esiste già e funziona; il problema è di incentivi. Per un venditore ambulante che gestisce cinquanta transazioni al giorno da cinque dollari ciascuna, accettare contanti costa zero, mentre accettare pagamenti digitali comporta commissioni tra l’1 e il 3%. Per un lavoratore migrante che manda a casa duecento dollari al mese, il contante evita le commissioni di rimessa che in Africa subsahariana raggiungono in media l’8,7%, quasi il triplo della media mondiale del 3,1% e ben oltre l'obiettivo del 3% fissato dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Banca Mondiale, Remittance Prices Worldwide Database, Q4 2023). Per una piccola impresa informale, rimanere esclusa dal sistema formale significa evitare oneri amministrativi e esposizione fiscale. Sono scelte razionali, non arretratezza culturale, e questo è un punto che chi osserva l’Africa da fuori tende spesso a fraintendere.

Il problema è che ciò che conviene al singolo danneggia il sistema nel suo complesso. Senza tracce digitali delle transazioni, le banche non possono valutare l’affidabilità creditizia delle imprese, e infatti la Banca Mondiale e l’International Finance Corporation stimano in 330 miliardi di dollari il divario di finanziamento delle piccole e medie imprese africane, che pure generano circa l'80% dei posti di lavoro del continente e oltre il 90% delle imprese del settore privato in Africa subsahariana; a queste imprese arriva appena il 5,4% del credito bancario complessivo (IFC, MSME Finance Gap Report, 2017; AUDA-NEPAD, SME Development in Africa, 2021). Le commissioni sulle rimesse sottraggono alle famiglie più povere circa otto miliardi di dollari l'anno, una cifra che equivale a un vero e proprio prelievo fiscale invisibile. E con l’85% dei lavoratori africani impiegati nell'economia informale, la maggior parte dell'attività economica resta invisibile agli occhi dello Stato, che non può tassarla né pianificare su di essa (International Labour Organization, World Employment and Social Outlook, 2023).

Il rapporto individua tre ordini di ragioni che tengono in vita questo equilibrio, e le presenta come interdipendenti piuttosto che alternative. A livello individuale il contante resta più economico, più affidabile e più pratico per la maggior parte delle transazioni quotidiane. A livello strutturale pesano la frammentazione normativa, con 54 sistemi regolatori diversi e requisiti di identificazione che escludono chi non possiede documenti formali; l’economia dei commercianti, che scoraggia l’adozione digitale finché costa più del contante; e l’inaffidabilità degli agenti di prossimità, che restano spesso senza liquidità proprio quando serve prelevare. Infine, attori informali, operatori di mobile money e istituzioni finanziarie tradizionali hanno tutti interessi di breve periodo meglio serviti dallo status quo che da un sistema pienamente digitale. Nessuno di questi tre livelli, da solo, spiega il fenomeno; per questo interventi parziali hanno finora prodotto scarsi risultati.

Interessante è distinguere cosa ha risolto ciascuna generazione di infrastruttura finanziaria e cosa no. Il sistema bancario tradizionale ha garantito una riserva di valore sicura e credito su larga scala per imprese e Stati, ma è rimasto inaccessibile alla maggioranza degli africani privi di reddito verificabile o di filiali vicine. Il mobile money, nato sfruttando le reti di distribuzione dell’airtime telefonico anziché le filiali bancarie, ha risolto il problema dell’accesso ma non quello della profondità finanziaria: in molti mercati gli operatori sono autorizzati solo come fornitori di servizi di pagamento, non come intermediari finanziari, e quindi non possono erogare credito né intermediare risparmio su scala.

Il rapporto propone tre azioni coordinate, da attuare in sequenza. La prima è rendere il digitale più economico del contante per i commercianti, tramite tetti alle commissioni sulle piccole transazioni e obbligo di accettazione gratuita sotto una certa soglia. La seconda è imporre l’interoperabilità in tempo reale tra tutti i fornitori autorizzati, poiché l’interoperabilità volontaria non ha mai funzionato in nessun mercato osservato, dato che gli operatori dominanti hanno interesse a proteggere i propri clienti. La terza è creare ragioni concrete per lasciare il valore in forma digitale, sviluppando credito, risparmio e assicurazioni sopra i binari di pagamento già esistenti.

Tre casi internazionali illustrano cosa significhi, in pratica, agire su questi tre fronti. L’India ha costruito dal basso uno stack digitale pubblico: prima l’identità biometrica Aadhaar, che ha coperto il 99% degli adulti entro il 2018; poi l'apertura di oltre 500 milioni di conti correnti tramite il programma Jan Dhan; infine, l’interfaccia di pagamento istantaneo UPI, lanciata nel 2016, che nel 2023 ha processato oltre 100 miliardi di transazioni annue, pari al 46% del volume mondiale dei pagamenti istantanei (National Payments Corporation of India, UPI Product Statistics, 2023). Il Brasile ha invece dimostrato la forza del mandato regolatorio: la Banca centrale ha imposto a tutti gli istituti finanziari di aderire al sistema PIX, gratuito per i privati e operativo ventiquattro ore su ventiquattro, che in tre anni ha superato i 40 miliardi di transazioni cumulative, pari a oltre il 30% dei pagamenti elettronici del Paese (Banco Central do Brasil, Relatório PIX, 2023). L’Etiopia, infine, mostra quanto la fiducia conti quanto l’infrastruttura: nonostante l’apertura del mercato delle telecomunicazioni e il lancio dell’identità digitale Fayda, molti utenti di Telebirr continuano a prelevare subito il contante, temendo sia interruzioni del servizio nei momenti critici sia che le proprie transazioni vengano lette dal fisco come reddito personale, quando spesso si tratta di rimesse familiari o fondi condivisi.

La riflessione che se ne trae è che nessuna di queste trasformazioni è avvenuta per merito della sola tecnologia; in ogni caso è stata una scelta politica deliberata a spostare l’equilibrio. Per l’Africa questo significa che regolatori, governi, operatori di mobile money, banche, innovatori e istituzioni di finanza allo sviluppo devono muoversi insieme e non in ordine sparso. I regolatori devono imporre l’interoperabilità anziché limitarsi a incoraggiarla; i governi devono digitalizzare i propri pagamenti, dagli stipendi pubblici ai trasferimenti sociali, prima di chiedere al settore privato di fare altrettanto; gli operatori di mobile money devono investire nella liquidità degli agenti e aprire le proprie reti di distribuzione a terze parti innovative.

Il rapporto respinge esplicitamente l’idea che la dipendenza dal contante sia un destino legato alla povertà o all’arretratezza tecnologica del continente. La descrive piuttosto come il risultato prevedibile di incentivi mai pienamente allineati, e per questo sostiene che i pezzi della soluzione esistono già, sparsi in mercati diversi, e che il compito ora è farli lavorare insieme. È una lettura che restituisce dignità analitica a un fenomeno spesso liquidato con troppa fretta, e che vale la pena tenere presente ogni volta che si parla di inclusione finanziaria africana come se fosse solo una questione di app e di connessione a internet.

 

Beatrice Nicolini è professoressa ordinaria di Storia dell'Africa. Insegna Storia e istituzioni dell'Africa; Religioni, conflitti e schiavitù e Mondo dell'Oceano Indiano all'Università Cattolica del Sacro Cuore.

 

 

Data

15 luglio 2026

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